Rimini, quando al Galli si ballava in maschera

Dom 19 Maggio 2019 | Manlio Masini


Tempio della musica e della prosa, ma anche del ballo e della politica. Negli ultimi due decenni dell’Ottocento il “Vittorio Emanuele II” fu quasi sempre utilizzato, nei giorni di chiusura del Carnevale, per grandiosi veglioni mascherati. Lo sfarzo di queste veglie danzanti, due o tre per stagione, attese e sospirate per un intero anno, era la delizia dei cronisti, che descrivevano l’evento nei suoi aspetti più gai e mondani, misurando di volta in volta l’efficienza organizzativa e il successo del veglione dal numero dei presenti, dall’eleganza delle toilette, dalla riuscita delle cene, dalla musica, dalle maschere e … dall’allegria.
L’orgoglio di una
comune appartenenza
Ma al di là dei giudizi e delle valutazioni – doverose per i giornalisti – queste feste avevano anche lo scopo di infondere nei cittadini l’orgoglio di una comune appartenenza nel superamento delle divisioni politiche.

Mi spiego con un brano tratto dal periodico Italia del 3-4 febbraio 1886: «Tutti i palchi – leggiamo – pieni e brillanti di signore e signorine in vesti eleganti. L’aristocrazia tutta schierata al primo ordine; in platea operai, borghesi, cittadini di ogni rango; socialisti, repubblicani, monarchici e clericali, tutti insieme, che era una meraviglia ed una contentezza in mezzo a quello splendido teatro illuminato a profusione».
Proprio per contribuire ad alimentare questo senso comunitario, la maggior parte dei balli in maschera si svolgeva per beneficenza. Ai vari enti caritatevoli della città andava il ricavato dei biglietti d’ingresso e delle varie lotterie che si susseguivano negli intervalli delle danze.

Per queste serate il Municipio concedeva gratuitamente il Teatro, il comandante del presidio militare l’orchestra e la Società del gaz l’illuminazione.
Dopo la guerra
Durante il Ventennio fascista, il ballo al “Vittorio Emanuele” latita. Si sposta nelle sale dei circoli cittadini e degli alberghi e soprattutto al Politeama riminese. Lo sgambettio a suon di musica torna ad affacciarsi subito dopo la guerra.

Distrutto il Teatro dai bombardamenti, il ballo trova sfogo nell’Atrio e nella Sala Ressi (“Ridotto”), due ambienti resi agibili fin dal 1945.
La frenesia per la musica e il ballo, in una città ancora stordita dalla catastrofe della guerra e immersa fino al collo nei guai della sopravvivenza, assume aspetti “scandalosi”, tanto da attirare il risentimento di una parte della popolazione. «A Rimini – titola nauseato l’8 settembre 1945 Il Garibaldino, quindicinale indipendente dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia – si balla, si balla, si balla». «Si balla», denuncia questo foglio, mentre la città «è un ammasso di rovine: il centro storico sfigurato, il lido irriconoscibile e dappertutto scheletri di case e grovigli di filo spinato e reticolati militari».


Sbornia di libertà
Questa «smania collettiva» – “Il Garibaldino” la chiama «sbornia di libertà» –, è gestita dai partiti, che proprio nel ballo intravvedono un utile “strumento” di promozione politica e di proselitismo oltre che una fonte di finanziamento. Nelle feste del “Ridotto” sono previste delle brevi pause, durante le quali i partecipanti ascoltano il relatore di turno che parla di lavoro, di diritti, di giustizia sociale, di democrazia … . Tra i più intraprendenti a servirsi dei party per la propaganda sono i comunisti e i socialisti. Memorabili, nei carnevali del 1946 e 1947, i loro veglioni “Rosso”, “Falce e martello”, “Lavoratori” e “Sol dell’Avvenire”. Anche i repubblicani e i liberali si danno da fare con i balli dell’“Edera” e del “Tricolore”, ma i risultati che ottengono sono scarsi.

I democristiani si astengono da queste forme di aggregazione politica: la loro sede è la parrocchia e il ballo, su consiglio dei preti – che in questo frangente hanno un ruolo attivo nella politica –, è ritenuto demoniaco, ragione per cui invitano i propri adepti a rinunciarvi.
I comizi di inizio secolo
e quelli dei fascisti
Ballo e politica dunque. Ma la politica ha sempre trovato spazio in questo luogo. Tra i tanti personaggi di primo piano che hanno solcato i prestigiosi parterre delle sale del “Vittorio Emanuele II” dando sfoggio della propria oratoria, ricordiamo Angelica Balabanoff (1910), Pietro Nenni (1911), Benito Mussolini (1911), Errico Malatesta (1913 e 1920) e Amedeo Bordiga (1914).
I comizi nella sala del “Ridotto” e nell’Atrio, le grandi manifestazioni, i raduni patriottici e le rumorose celebrazioni politiche nel fascinoso scenario del Teatro.

Ricordo la più eclatante, quella di domenica 10 settembre 1933. Quella mattina il “Vittorio Emanuele II” traboccava di gagliardetti, bandiere, striscioni. Platea e galleria stracolme di pezzi da novanta del regime fascista, alti ufficiali dell'esercito, della marina e dell'aeronautica; prefetti, questori, senatori del regno; federali, magistrati, accademici… Di tanto in tanto il loggione strapieno di camicie nere, rimbombava dei soliti rituali d’epoca: gli alalà e le acclamazioni a raffica di Duce, Duce, Duce… . Ospite d’onore per quella messa in scena di folclore fascista nientedimeno che Giulio Cesare, il bronzo donato alla città da Benito Mussolini.

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