Rimini, picchiato fino alla morte: caccia al più feroce della banda

Il dispositivo con cui il giudice Vinicio Cantarini ha confermato il fermo e disposto la custodia cautelare in carcere dei tre uomini fermati per l’omicidio di Antonino Di Dato è stato notificato ai rispettivi avvocati mentre la dottoressa Arianna Giordano, perito del sostituto procuratore Paolo Gengarelli titolare dell’inchiesta, all’obitorio del Bufalini, eseguiva l’autopsia del 45enne morto dopo nove giorni di agonia.

Inchiodati dai testimoni

Schiaccianti le prove raccolte dalla Squadra mobile della Questura di Rimini e dal Pm, con capacità e professionalità che il procuratore capo Elisabetta Melotti ha voluto elogiare. Lavoro investigativo che ha spalancato altrettante celle del carcere dei Casetti a Bruno Francesco Cacchiullo, 52 anni da Taranto, a Costantino Lomonaco, siciliano di Taormina, classe 1986 ed al croato Ivan Dumbovic, 42 anni da anni trapiantato a Riccione (gli ultimi due assistiti dagli avvocati Francesco Pisciotti e Massimiliano Giacumbo).

Ivan il terribile

All’appello manca il quarto componente della squadraccia punitiva, un cittadino originario della Bosnia Erzegovina, che sarebbe riparato in patria nelle ore immediatamente successive al pestaggio avvenuto nella hall dell’hotel dove Di Dato alloggiava: da Rimini, dove vive l’ex moglie, non si poteva allontanare per l’obbligo di dimora, regime di sorveglianza affibbiatogli dopo la condanna a 9 anni, sei mesi e 20 giorni di carcere per associazione a delinquere di stampo camorristico. E sarebbe proprio lui, che di soprannome fa “Ivan”, il più feroce degli aggressori del camorrista, quello che dopo 20 e più minuti di pestaggio, a fatica, era stato “convinto” dai complici a fermare il massacro, da lui portato avanti anche usando un bastone da trekking in alluminio, preso ad uno degli ospiti dell’hotel diventati “ostaggi” allo scopo di impedirgli di chiedere aiuto.

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