«Vorrei dire a tutte le donne che si trovano in una situazione come la mia di denunciare subito le violenze dei loro compagni e non fare come me che, per paura, ho aspettato tanto, subendo botte, tante botte e umiliazioni: ho visto la morte in faccia, se sono ancora qui lo devo all’intervento della polizia». L’appello viene dalla signora che, dopo essere stata picchiata e stuprata dall’uomo che diceva di amarla, si è liberata dall’incubo grazie al fatto che lui, siciliano di 44 anni, è stato arrestato nel giro di tre settimane. «Intendo ringraziare pubblicamente gli agenti della seconda sezione della Squadra mobile e in particolare Dario Zammarchi e anche il pubblico ministero Davide Ercolani. Se non fossero intervenuti loro sarei già morta». La donna, però, vive ancora nel terrore: «Lui mi diceva che se lo avessi mandato in carcere mi avrebbe fatto ammazzare da un suo cugino siciliano. Spero che non esista, ma quella minaccia non mi abbandona: non riesco neppure a dormire». Non si perdona il fatto di essersi lasciata ingannare da un uomo che l’ha maltrattata per mesi dopo averla conosciuta in una chat. «È un’altra cosa dalla quale guardarsi: gli incontri virtuali. Mi sentivo sola e bisognosa di affetto. Nel giro di tre anni ho perso il padre e il marito. Ero vulnerabile. Quella della chat è stata un’idea di mia figlia e all’inizio ho creduto di poter ritrovare l’amore». Lo sconosciuto era affabile, gentile. «Diceva tutto quello che una persona nelle mie condizioni voleva sentirsi dire. Parlavamo di tutto. Quando è venuto fuori che ero più grande di lui, mi ha risposto che l’amore non ha età. E forse per qualcuno è davvero così. Ma lui mi stava già ingannando». Decidono di incontrarsi per la prima volta poco meno di un anno fa. «Lui è siciliano, ma ho il sospetto che si trovasse già qui. Per prima cosa strappò il biglietto del treno. Non è andato più via: Ho fatto duemila chilometri, ho lasciato tutto per te, diceva». L’uomo si insedia in casa e dopo le prime settimane all’insegna della dolcezza e della comprensione comincia a rivelare il suo volto più brutale. «Offese e botte, me ne ha date tante». Da farle saltare i denti. Con uno straccio bagnato per non lasciare segni. E le minacce. «L’ho tenuto a casa per paura. Ti faccio ammazzare, ripeteva. Si rifiutava di lavorare, ma pretendeva i miei soldi. A volte mi svegliava in piena notte e con la luce in faccia mi ordinava di uscire a prendergli le birre. Lo supplicavo di andarsene. Me ne vado quando mi pare. Mi chiamava putt…, me ne diceva di tutti i colori. Mi picchiava di continuo. Raccontare tutto questo fa male, sono stata una stupida: lo faccio per dire a chi si trova nella stessa situazione che uscire dall’incubo è possibile, affidandosi alla polizia e alla magistratura. Non ci credevo neanche io è invece è vero. Bisogna avere fiducia, denunciare prima di finire ammazzate. Il 10 agosto, data dell’ultima violenza subita e dell’arrivo della polizia, per me è cominciata una nuova vita. Anche se spero tanto che quel cugino non esista…».

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