Rimini. Niente personale: il titolare del Barrumba fa il custode

Altro che il “Vamos alla Playa” degli anni ’80 o il “Pistolero” e lo “Shakerando” di turno, qua il vero tormentone dell’estate è diventato l’Sos personale. Non c’è bar, ristorante, pensioncina, albergo, piadineria o gelateria che quotidianamente non lanci un allarme forza lavoro e se sul banco degli imputati finisce sempre il reddito di cittadinanza la realtà dei fatti è molto diversa se è vero che in provincia di Rimini lo percepisce appena l’1% della popolazione. Lo sanno bene gli imprenditori del settore turistico-ricettivo, ne ha testato sulla propria pelle le conseguenze uno di quelli più noti sul panorama locale.

Una settimana da custode

Agostino Brigidi ha aperto il Barrumba insieme all’amico e socio Gianni Capitani nel 1997 e in oltre un quarto di secolo ha visto Rimini e la Riviera cambiare completamente pelle da dietro e il bancone o girando fra i tavoli e le botti di uno dei locali di punta della nostra città. Basta dire Chicco e Gianni per capire di cosa si stia parlando, ma da qualche giorno di “Chicco” non si vedeva neanche l’ombra. Dove era finito? «Si è ammalato il custode e per una settimana l’ho sostituito in prima persona: tutti i giorni dalle quattro e mezzo a mezzogiorno. D’altra parte è diventato difficilissimo reperire personale qualificato, quest’anno è quasi impossibile e abbiamo dovuto sopperire rimboccandoci ancor più le maniche. Da oltre 25 stagioni siamo abituati ad avere un turnover del 30-40% della ventina di dipendenti che lavorano per noi, quest’estate è stata quasi un’impresa attuare la solita rotazione e soprattutto in cucina è stato molto molto complicato» rivela, chiosando con il sorriso sulle labbra: «Comunque una nota positiva c’è anche in quello che è successo: conoscere tutti i processi della propria attività aiuta a capire esigenze e difficoltà di ogni persona e a predisporsi al meglio ad affrontarle».

La “ricetta” del sindacato

«A Rimini siamo precursori in tutto, spesso e volentieri delle cose belle, in questo caso lo siamo purtroppo della carenza di lavoratori stagionali: è un tema che qui sentiamo infatti da quattro-cinque anni, ben prima del Covid e dell’imputato generale che è il reddito di cittadinanza. «Purtroppo in Italia si tende ad affrontare il problema banalizzandolo (dai bamboccioni si è passati ai fannulloni) o cercando elementi di distrazione di massa per non ammettere le vere criticità del sistema e provare ad affrontarle», commenta la segretaria provinciale della Cgil Isabella Pavolucci, per poi passarle in rassegna: «Il punto di partenza non possono che essere le condizioni di lavoro nell’ambito della stagionalità: non solo spesso sono connotate dall’irregolarità, ma si caratterizzano per orari sempre più pesanti in un sistema che non offre prospettive in fatto di crescita personale e di vita, né garantisce più una un ammortizzatore sociale che dia una prospettiva pensionistica. Mi spiego. La vecchia disoccupazione stagionale copriva un periodo equivalente a quello lavorato (in genere il lavoro estivo durava quattro mesi) e la somma valeva per la pensione: oggi si ha invece una stagionalità già ridotta in media a due mesi e di quel periodo la Naspi copre il 50%. Quindi si parla in media di tre mesi contro gli otto che storicamente uno stagionale si garantiva. La cosa grave è che nessuno pare abbia intenzione di risolvere questo aspetto, a parte il sindacato: c’è non chi non vuol vedere e chi vede e non vuole agire».

Pavolucci va poi oltre e, indica le altre direttrici della “manovra” necessaria a invertire il trend. «Dove intervenire oltre che sulla disoccupazione? Creando un intreccio diverso fra domanda e offerta di lavoro, che non può continuare a passare da un annuncio su un palo o da un post Facebook dell’imprenditore, ma deve transitare dai Centri per l’Impiego: oggi raccontano infatti una realtà completamente diversa da quella reale, le poche richieste che vi si trovano stonano incredibilmente con le grida di allarme quotidiane. Purtroppo, finché i canali di reclutamento non diventeranno quelli ufficiali, ma resteranno quelli informali non si verrà mai a capo del tema, che deve passare da una gestione pubblica e un patto territoriale sui canali di reclutamento» prosegue la segretaria, ponendo al centro dell’attenzione in chiusura un ulteriore intreccio vitale: «Quello con le Scuole di Formazione, che vanno tarate sulle nuove esigenze del turismo e sull’innovazione richiesta dal mercato. Rimini per fortuna va davvero caratterizzandosi per la destagionalizzazione: abbiamo un territorio con mille sfaccettature di turismi diversi (balneare, termale, sportivo, culturale, enogastronomico…) e questo deve far capire a lavoratrici e lavoratori che è necessario sviluppare la propria professionalità in vari ambiti per poter viver del proprio lavoro nel comparto turistico tutto l’anno e non dover pensare più solo alla stagione».

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