La strage silenziosa degli anziani ospiti della residenza per anziani Valloni (struttura 2, di via di Mezzo), diciotto morti e 59 contagiati su 64 totali, stando agli ultimi dati a lungo tenuti riservati, avrà una “coda” giudiziaria. Due sorelle riminesi hanno infatti presentato un esposto alla procura di Rimini, attraverso gli avvocati Matteo Zucconi e Gian Luca Brugioni, dopo la morte della madre (79 anni) per Covid-19 avvenuta il 29 marzo scorso all’interno della parte della casa di riposo gestita da una cooperativa. Le congiunte della donna intendono chiarire i contorni della vicenda che, come vedremo, ha degli aspetti rimasti nell’ombra, e capire se vi sia stata qualche negligenza e di conseguenza responsabilità penali. Ai silenzi iniziali sono seguite poco convincenti rassicurazioni, scarne comunicazioni quando già sui giornali si parlava dei primi contagi e, infine, spiegazioni ritenute insufficienti. «Nessuno ci ha fatto sapere neppure come sono state le ultime ore di vita di nostra madre – spiegano le due sorelle – né se siano state rispettate tutte le procedure: ci ritroviamo solo un’urna con le ceneri».
I legali chiedono il sequestro delle cartelle cliniche, primo passo di una serie di accertamenti che altre procure, per fatti analoghi, hanno già svolto di iniziativa altrove in Italia.
Nell’esposto le due figlie ripercorrono la tragica storia della madre, comune purtroppo ad altri anziani vittime oltre che del virus anche di un sistema di assistenza rivelatosi lacunoso.
Le ultime visite
Le fanno visita il 15 febbraio. Compatibilmente con i suoi problemi pregressi, la donna è in salute. Le scattano anche una foto sulla carrozzina, sarà l’ultima. Tornano il 23 febbraio e la mamma è sempre in buone condizioni. Il 5 marzo una delle sorelle chiama e riceve rassicurazioni. Il 9 marzo arriva via mail dalla struttura la comunicazione, imposta dalle autorità, del divieto di visita. Il 15 marzo è una dottoressa che chiama e s’informa sulla data dell’ultima visita: vuole sapere se in famiglia stanno tutti bene. «È solo una prassi a protezione dei pazienti». Il giorno dopo, però, aprono il giornale e leggono dei contagi. Così alzano di nuovo il telefono e prima si sentono negare la circostanza, poi ammessa di fronte all’evidenza della cronaca. «I nostri ospiti stanno bene». Vengono invitate a non chiamare più: «Se la situazione cambia, lo faremo noi». Il telefono squilla alle 16.30 del 26 marzo: è un medico dell’Ausl. Dagli uffici del “Colosseo” comunica loro, in un colpo solo, che la mamma è stata sottoposta al tampone su richiesta della casa di riposo e risulta positiva al coronavirus. Nuova telefonata alla struttura e stavolta è un’infermiera che si scusa per il disguido. Scoprono così che la madre ha avuto un po’ di febbre la settimana precedente, che poi è passata, anche se da qualche giorno è sempre assopita. L’angoscia sale e il giorno dopo, quando richiamano, scoprono che la madre – sistemata in una stanza con un’altra anziana positiva al coronavirus in una specie di area Covid-19 in contatto con l’ospedale, sta peggiorando di ora in ora. Neanche 24 ore dopo le informano che le somministreranno un antivirale. Quando in piena notte, alle 3.41 del 29 marzo, sentono vibrare il telefono sanno già cosa le aspetta: è un’infermiera del Valloni. La mamma è morta, devono attivarsi al più presto con le pompe funebri. Non c’è tempo da perdere, anche i funerali sono vietati: l’ultimo viaggio è verso il forno crematorio di Udine.

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