«Quando l’hanno portato in ospedale gli ho detto: “Nonno, sei sopravvissuto anche ai tedeschi, loro erano più cattivi del virus. Devi tornare a casa”». Dopo soli quattro giorni di ospedale, Alberto Luigi Bellucci, il 101enne ricoverato e guarito dal coronavirus, a casa dalla nipote Elisa ci è tornato, giusto in tempo per soffiare proprio sulla 101esima candelina. Due settimane dopo, però, la morte ha avuto la meglio sul corpo debilitato dalla malattia respiratoria e dagli anni, e Alberto, per la famiglia Berto, se ne è andato, nel suo letto, accanto alla moglie e ai figli. «Ci sentiamo graziati – ammette la nipote Elisa Bellucci – non era da solo quando è successo, ed è riuscito a salutare anche noi nipoti, facendo “ciao” con la mano in videochiamata».
Elisa, il nonno era riuscito a sconfiggere il coronavirus. Ve lo sareste aspettati che la fine sarebbe arrivata proprio adesso?
«E’ un momento che vorresti non arrivasse mai, ma ci eravamo accorti della sua debolezza. I suoi occhi, in cui prima si leggeva la voglia di andare avanti, di farcela, erano diventati un po’ spenti, un po’ stanchi. La malattia lo aveva lasciato molto debilitato, aveva delle difficoltà a respirare e a parlare per via dell’infezione respiratoria, i bronchi ne avevano risentito parecchio. Noi speravamo che riuscisse a superare anche questa, ma avevamo sviluppato la consapevolezza che stesse arrivando la fine. Anche lui ne era consapevole, è stato lucido fino all’ultimo ed è riuscito a salutarci tutti prima di andarsene, giovedì scorso. Ma ha mantenuto la sua promessa: quando è tornato a casa ha detto: “Eh, mi avevate detto che dovevo tornare, io sono tornato”».
E’ riuscito anche a festeggiare il compleanno, vero?
«Sì, è stato dimesso giusto in tempo per soffiare sulla 101esima candelina».
Ha avuto una vita lunga. quali episodi del passato ricordava più spesso?
«Sì, è nato proprio nel 1919, nell’anno della spagnola, anche se in realtà non l’ha contratta. La guerra invece l’ha proprio combattuta come Alpino, faceva la guardia alla frontiera, ed è riuscito a tornare a casa solo grazie al suo coraggio. Vicino alla fine del conflitto si era imbattuto nei tedeschi in ritirata e lo avevano fatto prigioniero. L’avevano caricato su un treno per deportarlo in Jugoslavia, ma lui è saltato giù dal vagone in corsa, e per ben due volte. Dopo la prima tentata fuga era stato ricatturato, ma poi è scappato di nuovo, sempre gettandosi dal treno. Se oggi noi siamo qui è solo merito del coraggio che ha avuto quella volta da ragazzo. Ha avuto una vita molto intensa, i racconti della guerra sono quelli che a noi nipoti faceva più spesso, ricordava benissimo tutto, anche piccoli particolari, che mi piacerebbe mettere per iscritto, raccontando la vita del mio nonno».
101 anni sono tanti, quale crede sia stato il suo elisir?
«La voglia di andare avanti e combattere, nonostante le difficoltà, la vicinanza della famiglia e il seguire le proprie passioni. Ad esempio, lui amava lavorare la terra, anche se di mestiere aveva fatto il muratore. Fino a tre anni fa andava nei campi dietro casa, era sempre attivo, e questo credo che sia stato ciò che lo ha tenuto in vita così a lungo. Ma un ruolo fondamentale l’ha avuto mia nonna, che ha 92 anni, e che è stata sposata con lui per 67. Anche se è sempre stata cagionevole di salute, la sua prima preoccupazione era quella di curare e assistere mio nonno. E adesso che se ne è andato pensa di non essere riuscita a fare abbastanza. Invece era lì, con lui, insieme ai suoi figli, quando ha chiuso gli occhi. Ed era tutto quello che noi volevamo per lui, che non morisse da solo in ospedale. E’ una grazia che ci è stata data, e ne siamo grati, anche se non cancella la sofferenza e la mancanza. La sua forza, la sua tenacia e il suo coraggio, però, rimarranno per sempre con noi».

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