Rimini. Medico accusato di assenteismo, assolto dopo sei anni

È finito dopo sei anni il calvario giudiziario di un medico psichiatra riminese assunto presso l’Ausl Umbria. L’accusa nei suoi confronti era quella di essersi assentato durante l’orario lavorativo per svolgere visite mediche in libera professione. Accusa che si esplicitava in una doppia imputazione, quella per falsità ideologica in atto pubblico commessa da pubblico ufficiale e quella per truffa ai danni dell’azienda sanitaria. Imputazioni da cui il medico (assistito dall’avvocato del foro di Rimini Mario Scarpa) è stato assolto dal giudice del tribunale di Perugia con formula piena. Nello specifico, perché il fatto non costituisce reato nel primo caso e perché il fatto non sussiste per quanto riguarda la seconda imputazione.

Nessun assenteismo

Il tutto ha inizio nel 2016, quando il medico psichiatra riminese finisce al centro di una serie di contestazioni da parte dell’azienda per via del cartellino timbrato in fasce orarie in cui il professionista non stava visitando pazienti nella struttura pubblica.

Accuse rispetto alle quali lo psichiatra residente a Rimini si è sempre professato innocente, affermando in giudizio di non aver né falsificato alcun atto, (quindi sostanzialmente di non aver timbrato il cartellino mentre non era al lavoro) né di essersi assentato dalla struttura sanitaria pubblica mentre doveva essere in servizio.

Errore di annotazione

Dopo il rinvio a giudizio, disposto nel 2017, il medico ha sempre sostenuto che quelle discrepanze tra orario di lavoro in Ausl e attività in libera professione non erano dovute ad altro che errori di annotazione dei turni.

Del resto, in aula il legale ha sempre dichiarato alla corte e all’Ausl Umbria (costituitasi parte civile in quanto persona offesa) che non era stato “beccato” alcun furbetto, nessun assenteista era stato sorpreso nella sua carriera di frodi e inganni per trarre il massimo profitto con il minimo sforzo.

Dopo sei anni di battaglia legale, è stata proprio la tesi difensiva quella che il giudice perugino ha sposato. In attesa delle motivazioni, a sancire la parola fine al calvario giudiziario c’è un proscioglimento con formula piena.

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