Rimini, medici e pediatri scendono in campo: “Non riusciamo a curare i pazienti”

È stato uno dei primi a denunciare la montagna di “scartoffie” legate al Covid che impedisce ai medici di base di svolgere il proprio lavoro: curare le persone. Corrado Paolizzi ieri è stato affiancato da decine di colleghi e in novanta hanno firmato una lettera alle istituzioni (politiche e sanitarie). La sintesi: dal tampone al green pass tutti si rivolgono a noi e siccome la giornata è di 24 ore resta indietro l’attività principale, curare e prevenire le altre patologie.

La lettera aperta


«Immaginate di essere in una guerra sanguinosa e di avere a disposizione un reggimento di Alpini addestrati alla battaglia. Immaginate di chiuderli in un ufficio per giorni, settimane, mesi, a fare fotocopie». Inizia così la lettera alle istituzioni politiche e sanitarie firmata da 90 fra medici di famiglia e pediatri di libera scelta (dell’associazione Fimp regionale). Una iperbole se vogliamo “colorita” ma che rende l’idea di quanto i protocolli pandemici impediscano di «svolgere in maniera seria e sicura il nostro lavoro».
Tanti i problemi elencati: dai servizi di informazione come il numero 1500, al Dipartimento di sanità pubblica che «rimandano continuamente» il paziente alla consultazione del medico di medicina generale o al pediatra di libera scelta, nella «stragrande maggioranza dei casi» in modo «inappropriato».
Cosa viene chiesto? Un tavolo di lavoro permanente per trovare soluzioni.
Proposte? La possibilità di certificare la malattia in “contumacia”, introdurre l’opzione per il paziente di auto-certificare lo stato di malattia. Ancora: tutto ciò che riguarda le certificazioni Covid «deve essere gestito dalle apposite commissioni o dai Dipartimenti di sanità pubblica».
Corrado Paolizzi, il primo medico di famiglia a sollevare il caso “burocrazia” sintetizza alla sua maniera la battaglia. «Che medico vuoi, quello che ti scrive il green pass o quello che ti cura?».

“Non ne possiamo più”


Il malessere della categoria dall’inizio della pandemia viene sintetizzato da Mirco Ripa, medico di Cattolica. «Ognuno di noi si è trovato a dovere gestire più di 500 casi – argomenta – ma non esiste solo il Covid, da una parte lottiamo con Covid dall’altra con il resto delle patologie. Siamo arrabbiati, siamo considerati fannulloni irreperibili, invece abbiamo fatto test sierologici, tamponi, le prime vaccinazioni ai nostri pazienti, molti di noi stanno vaccinando».
Tutto ciò, rimarca il dottor Pietro Pesaresi, in una provincia come quella di Rimini che mostra il più «alto tasso di contagi in Italia: 29.619 casi ogni 100mila abitanti da inizio pandemia».
Un problema noto, fino al punto, ricorda il dottor Melchisede Bartolomei, di «perdere pazienti dopo 40 anni, persone che se ne sono andate» dopo il consiglio a immunizzarsi.

“Prima la prevenzione”


«Noi siamo medici, dobbiamo curare non compilare moduli – scandisce Micaela Mancini -. Lo stiamo facendo da due anni, ma non è il nostro lavoro. Una mia paziente l’altro giorno ha detto: mi faceva male un piede ma non sono venuta. C’è qualcosa che non va. Non lo tolleriamo più. Se sono tutte urgenze poi le urgenze vere fanno la fila».
Aggiunge infatti Melchisede Bartolomei. «Vediamo patologie diagnosticate tardivamente».
Loreley Bianconi incalza. «Per una semplice indagine di laboratorio dobbiamo attendere alcune settimane, c’è un’attività di prevenzione che non stiamo facendo. Abbiamo una marea di lavoro da recuperare, operazioni, esami».
Giulia Grossi trae le conclusioni. «Dopo due anni non possiamo più permettere che qualcosa ci sfugga: diagnosi ritardate, non deve più accadere. Chiediamo un confronto con le autorità sanitarie e politiche che ci permetta di gestire una pandemia che non scompare da qui a due giorni. L’ondata Omicron era prevista, lo sapevamo con almeno due mesi di anticipo, bisogna prepararsi al peggio, non sperare che vada bene. Non è possibile arrivare all’estate e sperare che poi non accada più nulla, poi non saremo pronti».

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