Rimini, lesione a un nervo: odontoiatra deve risarcire 270mila euro a una paziente forlivese

Doveva essere un normalissimo intervento di allungamento della corona del dente. Un intervento di tipo odontoiatrico che per Augusta, al tempo 39enne, è stato invece l’inizio di un incubo che a distanza di 15 anni non è ancora finito. La donna, residente in provincia di Forlì – Cesena e assistita dal legale forlivese Paride Agnoletti, ha subito una lesione al nervo trigemino che le provoca incessanti mal di testa, attacchi di vomito, ipersensibilità alle vibrazioni. Dolore e sofferenze per le quali la corte d’Appello di Bologna le ha riconosciuto un risarcimento di 270mila euro che le dovrà essere corrisposto da parte di un odontoiatra riminese, ritenuto responsabile di averle procurato un danno biologico, dunque sia fisico che psicologico, considerando le conseguenze generate dal continuo dolore, quantificato in una percentuale del 20%. Una condanna già riportata nel primo grado di giudizio, quando il tribunale di Rimini condannò il professionista al pagamento di 365.849,50 euro nei confronti della forlivese.

La vicenda

Il fatto risale al 2 febbraio 2006, quando la donna, che oggi ha 54 anni, è stata operata dall’odontoiatra riminese che nel corso dell’intervento le ha procurato la lesione del nervo del cranio, costringendola a cambiare radicalmente stile di vita e abitudini. «Il ctu (consulente tecnico d’ufficio, ndr) ha rilevato l’insorgenza della nevralgia del trigemino, un dolore fra i più intensi che si possono provare» spiega l’avvocato Agnoletti, ricordando le parole con cui l’organo di consulenza ha descritto il patimento in processo: «Simile a quello provocato da una stilettata o da una scossa elettrica». «Nel tempo – continua l’avvocato, riprendendo ancora la relazione resa dal ctu – il paziente risulta condizionato dal dolore al punto di non nutrirsi più e di non svolgere la pulizia del volto». La sensibilità alle sollecitazioni e «alle vibrazioni in genere – chiarisce Agnoletti – è altissima. Anche un rapporto sessuale è capace di generarle, ed è facile intuire come per la mia assistita sia diventato estremamente difficile svolgere le azioni più comuni e quotidiane». Augusta, infatti, che lavorava come cassiera in un supermercato, è stata costretta a prendere prima un periodo di aspettativa e poi a dare le dimissioni. Il giudice d’Appello ha quantificato quindi anche un danno da lucro cessante pari a 97.400 euro, a ristoro dei mancati guadagni causati dall’interruzione del rapporto lavorativo. Alla forlivese, inoltre, è stata diagnosticata l’insorgenza della depressione maggiore, oltre a ricevere la certificazione di “incapacità lavorativa permanente”.

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