Rimini. Il triste fenomeno dei bambini ritirati da scuola e istruiti a casa

RIMINI. Le ferite del Covid si fanno sentire sui giovani. Ansia crescente, nervosismo, paura di non farcela, ma anche ritorni in patria di famiglie immigrate o famiglie che scelgono l’educazione parentale. È questa l’altra faccia della pandemia sanitaria che ha portato, in un anno, a raddoppiare gli abbandoni scolastici anche nel territorio riminese.
Sono infatti poco meno di ottanta le segnalazioni pervenute dalle scuole (un aumento di poco meno del 40% rispetto l’anno scorso), di queste 26 fanno riferimento all’educazione parentale (o homeschooling), che sostanzialmente vede triplicare la richiesta rispetto gli anni precedenti (dove si assestava sotto le dieci domande all’anno) . Numeri che, in realtà, nascondono storie e motivazioni diverse. Da una parte ci sono giovani in difficoltà che lasciano gli studi, dall’altra genitori che scelgono di ritirare i propri figli ed educarli in casa, oppure quelle famiglie immigrate che, complice le difficoltà economiche, decidono di ritornare nel proprio paese d’origine.

“Sono diverse facce di uno stesso fenomeno – spiega Chiara Bellini, vicesindaca con delega alle politiche educative del Comune di Rimini – che, aldilà dei numeri, comunque in linea con la tendenza a livello nazionale, pone interrogativi e riflessioni più ampie. La prima riflessione è quella relativa alla grande importanza del piano affettivo relazionale dell’educazione scolastica, che rischiamo a volte di sottovalutare, nel dibattito in corso, rispetto alla componente più strettamente didattica. Mantenere la scuola in presenza, non significa solo garantire una didattica più efficace, ma offrire ai nostri giovani un ambito di confronto privilegiato con il mondo reale, attraverso le relazioni con i coetanei e con gli insegnanti. È su questo insieme di funzioni – didattica e culturale, ma anche sociale e relazionale – che le nostre scuole hanno fondato la loro autorevolezza e il ruolo nella società. La seconda riflessione è più di tipo psicologico. Stress, nervosismo, calo della concentrazione, irritabilità e calo di interesse dello studio sono alcune delle principali conseguenze, evidenziate anche da indagini nazionali, della scuola non in presenza. I ragazzi percepiscono una sorta di distacco dalla realtà proprio quando sentirebbero più forte l’esigenza di confrontarsi con i coetanei e con gli insegnanti. Con la pandemia tutto questo è stato messo fortemente in dubbio, ma proprio per questo non possiamo arretrare sull’apertura in sicurezza delle nostre scuole. L’ultima riflessione è più sociale, visto che con la pandemia e la relativa entrata in crisi di alcuni ambiti economici, alcune famiglie hanno preferito tornare nei propri paesi di origine interrompendo il percorso educativo dei propri figli. Dati dunque che, pur nella loro complessità, indicano come sia necessario continuare a lavorare per una scuola in presenza, in grado di limitare al massimo gli effetti psicologici, didattici e sociali della pandemia sanitaria. Un impegno che questa Amministrazione sta portando avanti in tutti i modi e in tutte le sedi in cui è chiamata a dare il proprio contributo. Mai come oggi dobbiamo difendere l’autorevolezza della scuola, dalle direzioni ai docenti e al personale, nella consapevolezza che dalla loro apertura e piena funzionalità passa la ripresa della nostra comunità e, i numeri lo dimostrano, anche la salute e la preparazione dei nostri ragazzi”.

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