Rimini dalle lampade a petrolio alla luce elettrica

Rimini  dalle lampade  a petrolio  alla luce elettrica
I lampioni di piazza Giulio Cesare Archivio Fiorella De Terlizzi

I primi di novembre del 1865 un manifesto del Municipio di Rimini annuncia l’inaugurazione dell’illuminazione a gas – allora si diceva gaz – nelle principali vie e piazze della città. L’evento, in programma per la sera di domenica 5, è solennizzato con gli «armoniosi concerti» dell’«encomiato corpo Bandistico del 39° Reggimento di Guarnigione». La nuova luce – che sostituirà gradualmente quella a petrolio – è distribuita dalla Compagnia Generale di Bruxelles con sede amministrativa presso l’officina che fornisce il gas, situata all’inizio dello Stradone dei bagni adiacente alla linea ferrata. Fiduciario di questo importante gruppo societario belga è l’ingegnere Leone Somzé.
Agli applausi del luminoso debutto fanno seguito i lavori per dotare la città di una sempre più vasta rete di condutture di gas illuminante. Protagonisti di questa corsa «di civiltà e di progresso», che porterà Rimini in un breve lasso di tempo «a primeggiare tra le maggiori città italiane», sono da una parte Somzé, che predispone gli impianti e ne cura la manutenzione, e dall’altra l’amministrazione comunale che ne sostiene le spese.

E a proposito di spese, dalle discussioni in Consiglio comunale risulta che l’illuminazione a gas costi un occhio della testa e proprio per questo motivo alcuni parsimoniosi cittadini, abituati alla fioca luce del petrolio, ne denunciano lo spreco. «In queste sere di splendida luna – segnala un lettore dalle colonne di Italia del 25 – 26 aprile 1883 – si lasciano accesi come alla berlina alcuni fanali, che sono tutti rossi e vergognosi della brutta e inutile figura che fanno di fronte alla sfarzosa lampada dell’universo. Non si potrebbe imparar qualche cosa dalla brava massaja che s’affretta a far spegnere in casa i lumi non necessari? Il Comune non ne ha da buttar via; e poi scommetto mentre si fa del lusso inutile per le piazze e le contrade, qualche maestrucolo o impiegatuccio comunale sarà costretto alla fine del mese di coricarsi un’ora prima e al bujo per non avere addirittura il becco di un quattrino per comprarsi una candela». «Lusso inutile», dunque, che va a gravare sulle finanze comunali e di conseguenza anche a incidere nelle saccocce della popolazione beneficiaria.

Non tutti, però, si dimostrano coscienziosi dinanzi allo spreco di luce. Molti, al contrario, si lamentano del buio che continua ad imperversare nelle strade e della scarsità di gas che viene fornito ai privati. Tra questi, i più lagnosi, sono i soci del Casino Civico, il più blasonato sodalizio riminese, frequentato da gente facoltosa ed esigente. Questa casta di privilegiati, infatti, protesta in continuazione della poca illuminazione che ha nelle sale. «La luce del gaz – brontolano gli associati l’8 agosto 1882 attraverso le colonne de Il Buon senso – è troppo fiacca, troppo giallastra». È tanto debole – dicono – che sono costretti, durante il gioco delle carte, ad «ampliare l’illuminazione a gas» con candele e lampade ad olio (Italia, 5- 6 gennaio 1884).
illuminazione troppo scarsa
Con il passare del tempo al disagio della scarsa illuminazione si aggiungono anche le interruzioni del servizio durante la notte. «All’uscire dalla festa – scrive Italia il 20 febbraio 1884 in margine ad un veglione di Carnevale – anche quelli che ne partirono all’una dopo la mezzanotte li aspettava un bruttissimo tiro: tutti i fanali a gas della città spenti! Per trovare la strada e le nostre case si è dovuto andare a tentoni come orbi e cercare la direzione col naso per aria nella striscia di cielo visibile fra le due fila di tetti».
Nel 1888 i «belgi del gas», spronati dalle continue sollecitazioni, rinvigoriscono e ampliano il servizio su gran parte del centro storico. «Nelle ultime feste carnevalesche – riferisce Italia il 10 marzo – l’illuminazione a gas è stata quintuplicata, abbiamo avuto la migliore occasione per constatare la piena, ampia e rara splendidezza della sua luce».
La gente pretende luce ovunque
Abituati alla «splendidezza della luce», i cittadini la pretendono ovunque e, nello specifico, anche oltre il ponte dell’Ausa dove «vi sono – a detta de Il Martello il 10 giugno 1899 –, otto villini e due ristoranti importantissimi». Pure L’Ausa pone l’accento su questo «impiccio». È necessario – sottolinea il 13 novembre 1897 – «tenere acceso qualche fanale per lo stradone bagni», dato che «vi sono delle famiglie nei villini».
A partire dalla metà degli anni Novanta si sperimenta l’illuminazione ad acetilene. Nel 1899 questo nuovo sistema è adottato nel Casino Civico. «Le sale – leggiamo su Il Martello del 18 febbraio – erano in un gran mare di luce bianchissima: l’acetilene trionfante aveva fatto il suo ingresso cacciando la candela ed il gaz». Questo genere di luminosità ottenuto con la fiamma del carburo andrà avanti per qualche anno, ma verrà poi definitivamente accantonato con l’avvento della luce elettricità.
«L’attivazione della luce elettrica», approvata dal Consiglio comunale nel 1892, ha un percorso lungo e tormentato. I primi timidi tentativi di questo nuovo genere di «lucentezza a globo» sono messi in atto alla stregua di esperimenti ad effetto spettacolare, come quelli compiuti all’inizio dell’estate del 1894 nei saloni e sulla facciata dello Stabilimento bagni. Con l’arrivo del nuovo secolo, la luce elettrica fa la sua apparizione in diverse aree urbane e a partire dai primi anni Venti è distribuita in maniera sistematica su tutto il territorio civico. Il 3 giugno 1922 Germinal, organo del partito socialista riminese, riferisce: «Continuano alacremente i lavori per l’impianto della illuminazione elettrica nella nostra città e ormai possiamo dirlo con sicurezza, fra un mese un moderno ed abbondante impianto elettrico sostituirà completamente la vecchia illuminazione a gas».

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