Rimini, Lagioia ospite di “Biglietti agli amici”

Sarà venerdì a Rimini Nicola Lagioia, scrittore, conduttore radiofonico e dal 2017 direttore del Salone internazionale del libro di Torino. Presenta il suo ultimo libro “La città dei vivi” (Einaudi, 2020) durante la prima edizione di Biglietti agli amici, il festival di racconti, suoni e voci ideato da Marco Missiroli con Babel Agency.

Il festival rende omaggio al potere delle parole: ci sono state parole che hanno cambiato il suo destino?

«Amando la letteratura, amo le parole organizzate in forma di racconto. Non amo le parole singole, disancorate dalla complessità narrativa. Più che parole, quindi, devo dire che ci sono stati libri importanti, che mi hanno dato la possibilità di farmi sentire il mondo: di letteratura o di poesia. La poesia è il massimo vertice espressivo del linguaggio».

“Lettere agli amici” è il nome della rassegna. Quella di scrivere lettere è una pratica ormai in disuso. Ne ha nostalgia?

«Non scrivo lettere agli amici, non lo faccio semplicemente perché i tempi cambiano. Oggi è più facile mandare un messaggio su Whatsapp, una email. Quello che importa è ciò che si scrive, non il supporto. Sono più per gli incontri. Appartengo alla generazione di chi è nato analogico ed è diventato un migrante digitale».

Ha mai scritto una lettera d’amore?

«Quando ero ragazzino, a quell’età si scrivono lettere d’amore e ogni epoca ha il suo supporto. La carta, fosse anche un foglio, occupa spazio uno spazio fisico che sottraiamo a noi stessi e forse per questo gli si attribuisce maggiore valore, poi quando si fa pulizia si opera una selezione, col digitale molto spesso non si fa. Ora che ci penso ho sempre sulla scrivania l’ultimo libro di Alessandro Leogrande, con la sua dedica. È un ricordo doloroso, ma questa dedica è sempre qui davanti ai miei occhi, non sarebbe lo stesso se la avessi sul telefonino. Ad ogni modo è il contenuto che ha valore».

Venerdì è l’occasione per parlare di “La città dei vivi”, in conversazione con Vladimir Luxuria. Tanto è stato detto e scritto a riguardo: è contento del riscontro?

«Gli scrittori a cui mi sento vicino praticano sempre la scuola del sospetto: “La ferocia” ha diviso critica e pubblico, con “La città dei vivi” il successo è stato unanime, questo libro è arrivato al momento giusto per questioni che ignoro. Vengo da una scuola dove gli eccessi di popolarità venivano guardati con diffidenza, sono un post punk. Ma la cosa davvero bizzarra di questo libro è che abbiamo cominciato a portarlo in giro mesi dopo il momento della pubblicazione, perché c’è stato il lockdown. A partire dal 2022 comincerà il percorso all’estero. La cosa di cui sono più contento è che mentre lo scrivevo sentivo di stare assecondando in pieno una mia vera urgenza, e questo è forse quello che è passato ai lettori».

Un libro diverso dai precedenti…

«Sì, completamente. Si inserisce tra quei libri che utilizzano la letteratura per raccontare il tempo presente. Il nostro Paese ha una lunga tradizione in tal senso: pensiamo a “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi, a “Se questo è un uomo” di Primo Levi, oppure a certi libri di Leonardo Sciascia come “L’affaire Moro” o “La scomparsa di Majorana” o ancora “Il mare non bagna Napoli” di Anna Maria Ortese. Mi sono rifatto a questa tradizione. Ma la cosa davvero diversa di questo libro è stata la relazione nuova con i lettori: un dialogo che si è intrecciato online, sui social. Soprattutto durante il lockdown, Instagram o Goodreads ad esempio sono diventati un luogo di incontro per le comunità dei lettori. A “La città dei vivi” poi si sono accostati molti giovanissimi, ci sono tanti ventenni che mi scrivono».

L’edizione 2021 del Salone del libro segna la ripresa in presenza del più importante appuntamento dedicato ai libri in Italia. Come vive questi mesi che la separano dalla ripartenza?

«Il ritorno in presenza è fondamentale. Il Salone ha la forza di riunire alcune delle intelligenze più brillanti provenienti da tanti Paesi diversi in una città italiana per cinque giorni, e di poter ragionare su cosa sta succedendo del mondo. Il Salone è anche un modo per l’editoria di mostrarsi, di venire allo scoperto. Ammiro molto il lavoro editoriale in un Paese come l’Italia in cui non si legge tanto: gli editori hanno coraggio. Il cinema italiano ad esempio non esisterebbe senza sovvenzioni statali, l’editoria campa sulle proprie risorse. Il Salone è poi anche il luogo in cui la comunità – ecco, questa parola tanto cara ad Adriano Olivetti – la comunità del libro si ritrova, perché i lettori non vengono solo per vedere e per incontrare i loro autori. E poi c’è l’elemento economico: il Salone dà sostegno al territorio. Costa tra i 3,5 e i 4 milioni di euro e la ricaduta è di 30-35 milioni. Tutto questo avviene in nome del libro, di un bene essenziale, come ha giustamente riconosciuto il ministro Franceschini. Pensare alla ripresa mi dà gioia anche se è difficile lavorare e programmare, come lo è per tutti, considerando le norme che cambiano ogni giorno. Il fatto che la campagna vaccinale stia procedendo in maniera sensata mi fa ben sperare, io mi sono vaccinato e consiglio a tutti di farlo».

Al Salone grande attenzione viene dedicata ai bambini nel sostegno dell’educazione alla lettura. Lei che piccolo lettore è stato?

«In realtà da bambino non sono stato un grande lettore, da ragazzino leggevo i fumetti e il mio primo luogo di lettura sono state le edicole, le ho amate molto. Mi sono appassionato alla lettura durante gli ultimi anni di liceo e poi all’università, sono laureato in Giurisprudenza».

Libro cartaceo o ebook?

«Uso molto le tecnologie, per i giornali soprattutto. Per i libri mi sembra che sia tecnologicamente più avanzata la carta, tanto è vero che l’ebook non ha mai attecchito più di tanto. Ma torno a ripetere che il supporto non è poi cosi importante. Una poesia di Ungaretti o la Divina Commedia non perderebbero potenza se letti in ebook o su carta. Detto questo, per comodità preferisco il cartaceo, ma è solo questione di abitudine».

Darebbe un consiglio di lettura ai nostri lettori?

«Un libro bellissimo ma letto poco è “Conversazione nella cattedrale” di Mario Vargas Llosa, poco noto. Poi “Sotto il vulcano” di Malcom Lowry e di Marilynne Robinson, “Gilead”, premiato anche con il Pulitzer. Barack Obama lo aveva segnalato tra i suoi libri preferiti e ha pure intervistato la scrittrice. Sono tre consigli!».

Cosa fa di un libro un buon libro?

«Questo lo decide il tempo. Ma un libro è un buon libro quando riesce a fare compagnia, quando dà piacere, conforto, intelligenza al lettore, quando restituisce la complessità dell’esistenza».

Ore 22, chiostro Agostiniani

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