Rimini, la disperazione dei ristoratori: “Traditi da tutti i Governi dal 2006 in poi”

Un fulmine a ciel sereno. Per la stragrande maggioranza dei titolari dei locali che hanno scritto la storia dei lungomari, del porto e della movida della riviera riminese, l’asta delle concessioni balneari che il Governo dovrà programmare per il 2024 rischia di trasformarsi nella chiusura di un’attività di famiglia che (r) esiste da generazioni.

Qualcuno, però, non ha la minima intenzione di darla vinta così facilmente, nonostante una sentenza del Consiglio di Stato che di fatto chiude la partita perché impone che non potranno essere concesse ulteriori proroghe ai concessionari balneari dopo il 2023.

Quello che segue è lo sfogo di alcuni ristoratori del riminese ma riassume bene concetti che hanno espresso al Corriere diversi colleghi, preferendo non esporsi in questo momento.

«Politica contraddittoria»

«Non siamo arrabbiati, quanto avviliti e rassegnati – commenta Gianpaolo Raschi, titolare del ristorante stellato Guido di Rimini –. Mi dispiace che dal 2006 (l’anno in cui l’Unione Europea ha emanato la direttiva sui servizi nel mercato comune conosciuta come Bolkenstein, ndr) nessun Governo abbia mai preso delle decisioni chiare sul tema delle concessioni balneari, continuando a posticipare, e che improvvisamente tutti i nodi vengano al pettine».

Perché «quella che ci è caduta addosso è una tegola veramente pesante – insiste –. Tre anni fa un Governo ci aveva rassicurato sul fatto che potessimo stare tranquilli fino al 2033, mentre adesso un altro Governo (in realtà il Consiglio di Stato, ndr) cambia idea di punto in bianco. Questi politici sono un po’ contraddittori, purtroppo».

Anche perché «se ci fossero state delle normative e delle regole precise, avremmo pagato i canoni di concessione adeguati – rilancia –. E così facendo si colpiscono imprese che danno lavoro a migliaia e migliaia di famiglie».

Nonché, come si diceva, storiche: «Noi (Gianpaolo e il fratello Gianluca, ndr) siamo arrivati alla terza generazione, siamo qui da settantacinque anni e adesso veniamo messi alla porta – si sfoga –. Stiamo ancora attraversando un periodo non dei più belli e ci troviamo a fare i conti anche con questa novità».

«Sfida nazionale»

«Stiamo valutando la situazione – aggiunge Stefano Casadei, titolare del ristorante Da Fino di Riccione –. Dopo la battaglia sui canoni per i concessionari pertinenziali che abbiamo vinto, si tratta di una nuova sfida». E «vedremo che cosa fare assieme agli avvocati e ai colleghi di tutta Italia – continua –. Perché adesso non è un problema che coinvolge qualche centinaio di aziende a livello nazionale, ma è una questione che interessa a più di 30.000 imprese».

«Sacrifici buttati»

«Siamo stati presi alla sprovvista – commenta un collega ristoratore, sempre in zona porto a Riccione –. E ci stiamo preparando al peggio. Voglio sperare che non sarà così, però una decisione di questo genere significa buttare al vento tutti i sacrifici che abbiamo fatto». Perché «non si parla di diritti dei concessionari alle aste – entra nei particolari –, non si parla di rimborsi per gli investimenti che abbiamo sostenuto nel corso di tutti questi anni di attività (e nel caso particolare sono oltre cinquanta, ndr). Non è possibile lasciare andare tutto allo sbando in questa maniera. E’ impensabile».

Piovono disdette sul settore balneare dopo la sentenza del Consiglio di stato che ha accorciato la concessione delle spiagge fino alla fine del 2023. L’allarme è di Maurizio Rustignoli, presidente delle imprese balneari di Fiba Confesercenti dell’Emilia Romagna e nazionale. «Un intervento dirompente, un terremoto che ha gettato nell’incertezza più profonda 30.000 imprese, di cui quasi 1.500 in Emilia-Romagna, per lo più familiari», lo definisce.

Queste imprese «oggi si trovano di fronte alla prospettiva di essere private del loro lavoro e di quanto hanno costruito nel tempo. Chiediamo al Governo di aprire urgentemente un tavolo di confronto con i rappresentanti delle attività balneari. Imporre un termine così vicino creerà il caos e farà crollare gli investimenti, anche nell’indotto». Infatti, racconta Rustignoli, «alcuni fornitori presenti recentemente a Rimini ad una fiera del settore, dopo questa sentenza hanno avuto il 60% delle disdette degli ordini fatti in fiera. Il settore e le famiglie che vivono di questo lavoro avrebbero invece bisogno di chiarezza e di stabilità». «Dovrebbero poter sapere domani – afferma ancora l’esponente dei balneari – quello che accadrà fra due anni, non vivere nell’incertezza. Inoltre, troviamo sconcertante che la sentenza sia entrata nel merito della durata dei titoli concessori: questo è un tema di competenza del legislatore, non dei giudici amministrativi. Dopo due anni di Covid in cui il comparto ha tenuto, ora viene tutto vanificato».

In rivolta anche Confartigianato balneari, che sottolinea: «Ora abbiamo solo due anni di tempo per salvare il nostro modello turistico». «La sentenza del Consiglio di Stato sorprende e amareggia», afferma infatti Stefano Venturi, responsabile Confartigianato balneari della provincia di Ravenna. «Ci sono molti punti sui quali il giudizio calpesta gli interessi di una categoria che da anni si batte per arrivare ad una condizione di certezza ed equità. Il testo diffuso contiene riferimenti impropri come giudizi superficiali sull’entità canoni e sulla redditività delle imprese».

Secondo Venturi «gli operatori non hanno mai fatto battaglie sul costo delle concessioni ma rifiutano che solo quello sia la base per giudicare la redditività e il valore dell’impresa. Da qui al 2023 abbiamo il tempo di costruire, con il Governo e le Istituzioni un percorso di regole che possano salvaguardare il modello turistico italiano che ci ha fatto conoscere ed apprezzare in tutto il mondo. Questo deve essere l’obiettivo di tutti noi».

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