Rimini. Il primario: “Trenta donne hanno partorito col Covid”

Nell’anno del Covid, trenta donne riminesi hanno messo al mondo un bambino mentre erano affette da Sars Cov-2. «Gravidanza e positività al Covid-19 non influiscono negativamente l’una sull’altra», rassicura Federico Spelzini, dal 2017 primario del reparto di Ostetricia e ginecologia dell’Infermi. «Il Covid non è un fattore di rischio né per la mamma, né per il bambino», chiarisce il medico, indicando in ben altro una della possibili conseguenze della pandemia. «Nel primo trimestre del 2021 ci sono meno gravidanze a termine rispetto allo scorso anno. E’ un dato parziale, ma ci permette di evidenziare con relativa certezza una diminuzione di concepimenti nel 2020».

Dottor Spelzini, il periodo di quarantena quindi non ha dato frutti in termini di nuovi nati?

«No, nonostante il maggiore tempo trascorso insieme e tra i muri di casa, le coppie non hanno concepito più bambini, anzi. Allo stesso modo, anche le interruzioni volontarie di gravidanze sono diminuite. E’ una mia opinione personale, ma credo che il senso di insicurezza economica e sociale, insieme all’isolamento, abbia influito negativamente su un trend delle nascite che purtroppo era in crisi già da molti anni. L’anno scorso a Rimini ci sono stati 2.550 parti, un dato in linea con quello nazionale, ma per il 2021, ragionando sulla base dei numeri di questi primi due mesi e mezzo, si preannunciano numeri ancora più bassi».

Il parto e l’assistenza alla partoriente sono cambiati a causa del Covid?

«Sono cambiati per quanto riguarda l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale. Il personale sanitario deve indossare tuta, guanti e mascherina Fp2, e anche la partoriente, finché riesce a tollerarla, deve tenere la mascherina chirurgica. E’ chiaro che in momenti come quello dell’espulsione, in cui è facile che la gestante vada in iperventilazione, la mascherina può venire a meno. Per il resto non è cambiato nulla. Addirittura, consigliamo l’allattamento al seno anche se la mamma è positiva».

Durante il parto e la degenza successiva, la donna può essere accompagnata e ricevere visite?

«Il compagno può essere presente durante il travaglio e il parto, ovviamente dopo essere stato tamponato e indossando la mascherina. Le visite alla neomamma invece sono possibili per due ore al giorno, ma deve essere sempre la stessa persona, anche se non per forza chi ha assistito al parto. L’obiettivo è non creare assembramento tra le donne degenti e i familiari».

Se la donna incinta è positiva come viene gestito il parto? E il ricovero?

«Ci sono protocolli specifici da attivare, e ovviamente deve essere ricoverata in stanza singola in ambiente dedicato. Però, a meno che non ci siano condizioni patologiche gravi, nel parto non cambia nulla. Il Covid non condiziona la condotta ostetrica, e la percentuale di tagli cesarei è rimasta del 17,5%, con il 50% delle donne che partoriscono naturalmente che ricorrono all’epidurale».

Ricorda il primo parto di una donna positiva?

«Il primo in assoluto non l’ho seguito io, ma è stato tra la fine di marzo e inizio aprile. Però ricordo una gravidanza difficile di una donna che oltre a essere positiva, con insufficienza respiratoria, aveva anche una condizione ostetrica complessa, e abbiamo proceduto con un cesareo d’urgenza. E’ stato il primo intervento nel blocco operatorio nuovo».

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