Rimini, il pm fa ricorso per l’omicidio della panchina

Durante il processo l’imputato assunse un’aria assente, come se non si parlasse di lui, perfino quando il giudice gli riconobbe il vizio parziale di mente e quasi gli dimezzò la pena. Diciotto anni, invece dei trenta richiesti dall’accusa, per l’omicidio di Makha Niang, il giovane senegalese freddato da un colpo di pistola nella notte tra il 17 e 18 aprile 2018 lungo via Coletti. Una vittima casuale, certo, ma alla storia che l’omicida Genard Llanaj, albanese, fosse un paranoico in preda a un delirio di persecuzione e alle allucinazioni, il sostituto procuratore Paolo Gengarelli non crede.

Il sospetto è che dietro all’apparente “follia” ci sia anche una dose di strategia. Insomma, il dubbio è: l’assassino c’è o ci fa? Il pubblico ministero, sviscerate le motivazioni della sentenza, l’ha impugnata: nel ricorso chiede alla Corte d’appello di Bologna di disporre una nuova perizia psichiatrica sulla capacità di intendere e di volere dell’imputato al momento del fatto. Il perito, secondo il magistrato che condusse le indagini, tratto in inganno dal detenuto, avrebbe effettuato un’erronea diagnosi di disturbo psicotico indotto dall’abuso di cocaina. Il giudice, sempre a suo avviso, invece di avallare in modo non sufficientemente motivato le conclusioni della perizia, avrebbe dovuto discostarsene.

Il pm Gengarelli evidenzia, tra le carenze, un dato decisivo: il perito ha redatto il proprio elaborato in una fase iniziale quando l’albanese non era ancora accusato di omicidio, senza conoscere tutti gli atti del procedimento e il contenuto di molte intercettazioni. Llanaj è uno che la sa lunga e accentua le sue ossessioni ad arte? La prima aperta manifestazione del “malessere” avviene davanti ai familiari. Per la procura però si tratta di una preventiva giustificazione ai loro occhi, se è vero che dopo due mesi di prigione al fratello non comunica alcuna particolare sofferenza, se non quella di essere rinchiuso, né accusa sintomi da astinenza. Il pubblico ministero ha scovato la scheda compilata all’atto della carcerazione: alla voce “dipendenze” Llanaj dichiara il solo uso di tabacco. Eppure, i deliri paranoici e le allucinazioni che lo avrebbero portato a sparare perché avvertiva pericoli immaginari sarebbero la conseguenza dell’abuso di cocaina. Ma quella della dipendenza, per Gengarelli, è una storia nata solo dal racconto autoreferenziale che il detenuto fa allo psichiatra e passa per dettagli non accertati come la fuga dall’Albania per il timore di una vendetta, il sentirsi osservato, pedinato e perseguitato. L’analisi dei telefoni cellulari, secondo l’accusa, lo smentisce. In quasi un anno e mezzo di messaggi, solo una volta fa un vago riferimento a minacce, mentre continua a spostarsi lucidamente in Europa e a occuparsi, nell’interpretazione del ricorrente, di smistare quantitativi di droga. Destinati ad altri: stando al tenore delle chat, non se ne procura mai per sé.

Con la stessa meticolosità dell’indagine che portò alla cattura del responsabile grazie al contributo di polizia e carabinieri, il pm analizza i verbali e vede un filo di coerenza logica in alcune condotte dell’imputato, successive al delitto. L’unico suo scopo è assicurarsi l’impunità: dalla fuga con sgommata dopo gli spari all’invito al complice, senza sapere di essere intercettato, di assumersi la paternità della pistola ritrovata. Llanaj è furbo al punto di fingersi pazzo, ingannando tutti o quasi, così da guadagnarsi il dimezzamento della pena? L’avvocato difensore Tiziana Casali, forte delle conclusioni degli esperti, sostiene che il suo cliente sta davvero male. La legale ha impugnato a sua volta il verdetto perché spera di vedere ridurre ulteriormente la pena: come si può considerare la recidiva – è la sua tesi – per un soggetto semi-infermo di mente? La risposta ai dubbi e il destino dell’imputato sono nelle mani della Corte d’appello.

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