E’ il medico con più assistiti in città, 1.802, e venerdì sarà il suo ultimo giorno da “titolare” nell’ambulatorio di via Coletti. Ma per Marco Albonetti non sarà l’ultimo da medico, perchè, promette, continuerà a seguire i suoi pazienti. «Ho 70 anni, la legge mi impone la pensione ma continuerò ad essere di riferimento per i miei assistiti. Affiancherò il medico che prende il mio posto, supportandolo e rimanendo vicino ai miei pazienti».
Chiude la sua carriera con la più grave pandemia degli ultimi cento anni, come l’ha affrontata?
«In un modo comune a tante persone, considerandola all’inizio come un problema serio sì ma paragonabile a una grave influenza, per poi affrontare una situazione difficile da gestire, anche a tutt’oggi, visto ancora le carenze conoscitive del virus. Con i miei pazienti il rapporto è molto fiduciario, ho cercato di dare le informazioni più utili e giuste possibili, compresi i dubbi di cui parlavo, visto che ancora non ci sono certezze sulla cura»
Fa il medico da 42 anni, avrà curato intere generazioni… Qual è secondo lei la missione del medico di famiglia?
«Sì e ho avuto tante soddisfazioni nel conoscere storie famigliari, rapporti che durano tanti anni. Una grande esperienza e gioia, la mia famiglia sono i miei pazienti. Ritengo che la mia professione debba assolutamente collegare l’aspetto professionale a quello umano: la malattia non è distaccata dalla persona, fa parte della persona che ha una storia, una cultura e una personalità… quando si visita prima bisogna capire il contesto generale, non “visitare” solo la malattia».
Forse è per questo che è “famoso” perchè non rinuncia mai a visite a domicilio, in tempi in cui il medico di base si muove solo in determinati casi.
«L’opportunità della visita domiciliare va valutata caso per caso, però è vero lo devo ammettere, io vado a casa dei miei pazienti anche se non ce ne sarebbe bisogno! Fa parte del mio modo di intendere la professione, instaurare un rapporto personale, è il mio modo di essere, sempre disponibile».
Chi la conosce sa anche del suo passato di attivista politico, lo è ancora?
«Diciamo che ho fatto una scelta professionale e che sono felicissimo di avere fatto il medico e non il politico, ma sì, nel 1968 ero nella Federazione giovanile comunista, adesso non posso neanche più dire di essere comunista, mi definisco di sinistra, ma la politica mi ha sempre interessato».
Chi o come immagina allora il futuro sindaco?
«Non sono in grado di fare nomi ma credo che Gnassi lasci un’eredità pesante, lo considero il miglior sindaco che Rimini abbia avuto. Quello che per me conta è che sia una persona di buon senso, sembra banale ma non è così, nella vita il buon senso nel 90 per cento dei casi porta al successo. Di una cosa però sono sicuro: non si può essere medico e fare il sindaco. Nel senso che chi ha una professione e vi rinuncia per incarichi politici così impegnativi vuol dire che in quella professione è un fallito».
E nel privato come vive il dottor Albonetti?
«Ho una moglie brasiliana che vive in Italia da 30 anni e un figlio adottivo brasiliano di 19 ani che sta valutando che studi intraprendere tra medicina, veterinaria… io ovviamente ho una speranza… E poi mi divido tra Rimini e Sant’Agata Feltria dove negli anni ’80 ho acquistato una casa di campagna, la scelta migliore della mia vita. L’idea era di farne una comune, un ritrovo di compagni, poi è diventata la casa del fine settimana, poi la casa di mia madre e adesso quella della mia famiglia. Adesso ci andrò più spesso, ma non tanto, sarò ancora in ambulatorio».

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