Rimini, gli alpini e le molestie: “Casi di mascolinità tossica”

Dottoressa Di Muro, le donne sono spesso vittime di molestie verbali: cosa spinge un uomo a comportarsi in questo modo deprecabile?

«Partiamo con lo spiegare brevemente cos’è una violenza verbale. Essa riguarda l’uso di parole offensive e maleducate, mirate a ferire i sentimenti della vittima prescelta. Tutte le parole rivolte alla persona offesa riescono a minarne l’autostima e a creare altri problemi come la paura, l’ansia e persino la depressione. Nella violenza verbale attuata dall’uomo, si ritrova il senso di vulnerabilità dello stesso: chi non sa sostenere una discussione vuole interromperla, a qualsiasi costo; chi si sente minacciato nelle sue certezze dà una visione della vita differente diventa aggressivo al fine di preservare la sua fragile identità; chi ha costruito con fatica un equilibrio instabile si sente frustrato nel dover rivedere le proprie scelte».

È giusto differenziare la molestia, in quanto cat-calling, dalla violenza vera e propria?

«Il catcalling per definizione fa riferimento ai commenti sessuali fatti per strada da uomini alle donne. In realtà però non si tratta solo di commenti a sfondo sessuale: il termine fa riferimento anche a tutte quelle risatine, fischietti, commenti, o suoni del clacson che una persona (o più) rivolge a un’altra, non solo sul suo aspetto, ma anche sull’atteggiamento. Molte persone associano i gesti dei catcaller ad espressioni di apprezzamento, come se fossero un complimento. C’è addirittura qualcuno che sostiene che si dovrebbe rispondere con un “grazie”. Pur rientrando nella definizione di molestie di strada, si tende a non considerare il catcalling come un atto di violenza psicologica».

In Italia il “cat-calling”, molestie verbali a sfondo sessuale, perpetrate spesso in strada, non è ancora considerato reato, al contrario della Francia dove, invece, è considerato una vera e propria molestia. Sarebbe giusto uniformarsi a Parigi?

«Sì sarebbe giusto. In Francia è reato è ‘già’ dal 2018. La legge che è stata approvata non senza polemiche, anche da parte di donne esponenti della cultura e del mondo dello spettacolo però non ha avuto al momento l’effetto sperato. Le sanzioni sono state soltanto poche migliaia».

Questo fenomeno può essere considerato come un distorto comportamento machista, oppure c’è qualcosa di più grave?

Nel catcalling l’approccio è rivolto alla donna in quanto oggetto sessuale e non in quanto persona. E spesso nasconde dinamiche di potere asimmetrico uomo-donna e quindi risulta essere una vera e propria manifestazione della violenza di genere e di una mascolinità “tossica”».

Da donna e, soprattutto da psicoterapeuta, ritiene che in Italia la donna sia rispettata?

«La condizione delle donne in Italia è radicalmente cambiata rispetto al passato, merito di una maggiore partecipazione alla società e alla vita politica, seppure con limiti ancora molto evidenti. Solo recentemente sono state promulgate leggi che tutelano le donne dal femminicidio, dallo stalking, dalla violenza. In ambito lavorativo invece, nonostante esistano leggi che prevedono la parità di trattamento tra uomini e donne e il divieto di licenziamento per le donne in stato di gravidanza, molte sono costrette a scegliere tra vita professionale e vita familiare».

Possono incidere su certi deprecabili comportamenti maschili le immagini sexy che certi media diffondono della donna?

«Da uno studio condotto dall’ università di Padova è emerso che i programmi televisivi che propongono un’immagine oggettivante della donna quando, cioè, le donne sono relegate al ruolo di mera decorazione, creano un contesto che legittima la molestia, rappresentando quindi un concreto pericolo per la sicurezza e la dignità delle donne».

Dottoressa, cosa dovrebbe fare la società affinché le donne non siano più vittime di molestie?

Deve combattere il fenomeno alla radice per eliminarlo. Per farlo occorrono cambiamenti culturali che consentano di smettere di guardare alle donne come cittadine di serie B. Occorre costruire una cultura del rispetto per porre fine alle molestie e alle violenze, occorre fare sensibilizzazione, informazione e prevenzione non solo il 25 novembre, giornata nazionale della violenza sulle donne, ma tutto l’anno».

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