La chiusura del campo nomadi di via Islanda e l’integrazione di cinque famiglie Sinti con il progetto microaree sono un’occasione persa. E non si creda che l’utilizzo delle case popolari Acer sarà semplice. Come saranno accolti? Ci vorranno andare? Kristian Gianfreda è il consigliere comunale di “Rimini attiva”, uno che più di altri si è impegnato nel superamento dell’area insicura, degradata e pericolosa per chi la abita.

Un po’ di storia

«L’amministrazione comunale, su impulso di Gloria Lisi – ricorda Gianfreda – intendeva chiudere il campo nomadi di via Islanda e aprire un percorso di integrazione che cominciava con le microaree, era infatti un percorso che comprendeva anche aspetti educativi e culturali. Si seguivano le indicazioni della legge regionale 11 del 2015, allineata alla Comunicazione 173 della Comunità europea, altro documento serio e ben scritto».

In sintesi? «Un intervento di politica sociale efficiente e moderno, se si considera come obiettivo prioritario l’integrazione. Integrazione che non è una chimera, e neanche un punto di arrivo, è una costante di lavoro per un’amministrazione seria , che guarda con responsabilità alle generazioni future. Non occuparsi di integrazione significa minare la società futura».

Oggi non si parla più di microaree, ma di alloggi popolari. «Con rammarico, dopo giorni e notti spese a scrivere, fare incontri e litigare – incalza Gianfreda – non siamo riusciti a portare a termine un progetto che nella sua semplificazione da battaglia politica risultava impopolare e dunque elettoralmente difficile da sostenere, per questo motivo abbiamo avuto defezioni, indecisioni e ripensamenti, e alla fine siamo andati fuori tempo massimo. Ancora oggi penso che avremmo avuto tutta la capacità di gestire con successo il progetto di integrazione delle cinque famiglie rimaste nel campo di via Islanda. Insomma io la considero un’occasione di buon governo persa».

Il nuovo corso

Ora l’ultima speranza per chiudere il campo è quella di trasferire le famiglie in appartamenti. «Cosa che comunque comporta una serie di problemi: i coinquilini cosa diranno? La convivenza con chi vuole vivere in una roulotte come sarà? A proposito, visto che alcuni politici in questi giorni si contendono la primogenitura dell’idea di mettere i Sinti a forza negli appartamenti, per onor di cronaca devo dire che sin dall’inizio il collega Mirco Muratori (Patto civico, ndr) durante le nostre lunghe maggioranze proponeva appartamenti al posto delle microaree, non è una novità, e non è una novità che io non fossi d’accordo».

L’abbandono delle microaree a favore di una integrazione che passa per le case popolari (altro articolo in pagina), chiama in causa esponenti del comitato che contestava il progetto scelto dal Comune per chiudere il campo nomadi di via Islanda. «L’annuncio, cui dovrà però seguire un effettivo riscontro istituzionale – scrive Loreno Marchei – porta a pensare che abbia avuto buon esito l’attività dei cittadini e dei politici di opposizione che, a vario titolo, si sono spesi per fare in modo che lo smantellamento della vergognosa situazione di via Islanda non avvenisse attraverso lo scellerato progetto delle microaree, che avrebbe solo moltiplicato disagio sociale e spese».

L’invito è quello di fare tesoro di quanto accaduto. «Attraverso la sinergia tra i comitati cittadini formatisi per elaborare soluzioni concrete e politici capaci di ascoltarne e valorizzarne le esperienze e le competenze, è possibile proporre, per il futuro governo della città, una proposta politica alternativa e ben distinta dall’attuale decisionismo, sempre più distante e indifferente rispetto alle cronicità che affronta il cittadino, lasciato solo nei quotidiani problemi di padre di famiglia, lavoratore, artigiano, libero professionista, ed è spesso destinatario di interventi non condivisi e calati dall’alto, e che se si permette di protestare viene persino accusato di fomentare l’odio razziale. Si è dunque dimostrato che esiste un modello virtuoso che potrà essere replicato nella futura gestione della città».

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