Rimini. Finisce all’asta la storica discoteca Ecu

Finisce in vendita all’asta la storica discoteca Ecu, un altro pezzo di Rimini che se ne va. Sfiora il milione di euro la base dell’asta che si terrà online il prossimo 29 luglio. Le luci si erano già spente l’anno scorso a suon di serate conclusive.

L’edificio

Il complesso sorge in via Pradella 32 nella frazione riminese di San Martino Monte L’abate. Una zona dell’entroterra che, a una manciata di chilometri dalla costa, è delimitata verso monte dal nastro dell’autostrada A14. Nel dettaglio si tratta di un fabbricato che risale ai primi anni Sessanta ed è articolato su tre livelli sviluppandosi su un’area di circa 16.855 metri quadri. Tutte caratteristiche che, con la capienza totale di 1.950 persone, il duplice ingresso carrabile e l’abbondanza di parcheggi, faranno battere il martelletto dell’asta dall’offerta base di 985mila euro.

La storia

Il locale «nato negli anni Ottanta» ha cambiato pelle più volte, a partire dal nome: Ku, Papiò e infine Ecu. A ricostruirne la storia è l’avvocato ed ex Consigliere comunale Mario Erbetta di Rinascita civica che fu pr, vice direttore e direttore del Ku dal 1991 al 1992. «Era un locale gay che aveva per simbolo il grifone, – ricorda – poi da trasgressivo diventò commerciale. Il giro di boa si registrò nel 1992, quando Osvaldo Barbieri e Bruno Palazzi lo trasformarono in Ecu». Erbetta vi tornò in veste di direttore artistico dal 1998, «durante la gestione Palazzi-Galli-Bevitori, sino al 2003». Quanto alla musica «il filone di tendenza era l’house techno, ma alla fine ci si specializzò anche in hardcore, ritmo frenetico apprezzato in Olanda». Certo è che dalla sala da ballo «passarono dj di caratura internazionale, come Zenit, l’organizzatore della Street Parade o Gigi D’Agostino, presenza immancabile dalla mezzanotte del 14 agosto a mezzogiorno del 15».

Tra i clienti spiccavano invece «i nomi del mondo della notte, anche se a volte capitavano celebrità come Valentino Rossi», nota. Il fascino del locale risiedeva invece, prosegue, «nello spazio esterno dove d’estate ci si godeva l’alba». Capitolo a parte gli ambienti interni «sottoposti a un restyling annuale», mentre la particolarità restava «una stanza-cunicolo che accoglieva solo una quarantina di clienti con musica particolare». Le piste? «Erano 4 ma aumentavano a 6 con la bella stagione, grazie al parco».

Il diverbio

Quando ci si avventura sul sentiero dei ricordi, Erbetta è un fiume in piena: «Un vecchio proprietario del locale lo perse a poker e rimase a vivere nel seminterrato lavorando come guardiano e parcheggiatore», racconta mentre gli torna in mente l’immagine di sua moglie, che all’Ecu lavorava come barista, «e restava al bancone con gli occhiali da sole anche di mattina».

Poi rammenta «il pubblico che non era dei più tranquilli e i bus affittati dalla Tram per portare i ragazzi in disco evitando le stragi del sabato sera». Rimarca che l’organizzazione «non trascurava alcun dettaglio: dalla security all’ambulanza esterna, passando per i contatti con le forze dell’ordine». Tutto è sempre filato liscio, salvo il Ferragosto 2001. «Era mezzogiorno, il bus tardava e tra due dei 50 giovani rimasti a piedi, scoppiò un litigio per un paio di scarpe. A un certo punto – rammenta – spuntò fuori un coltello e ci scappò qualche ferito, anche se non grave. Nei grandi numeri era sempre insito il rischio, ma riuscivamo a gestire la situazione con grandi accortezze. Non era semplice, – riconosce – perché se d’inverno la capienza ammontava a 2mila persone, d’estate si arrivava a 4mila e poi in corrispondenza del Ferragosto si rasentavano le 10mila presenze con un andirivieni spalmato su 12 ore». In particolare nel 1992 per una serata afro la folla invase il parco e anziché alla cassa «dovemmo farli pagare all’ingresso del parcheggio: sembrava Woodstock tra calca e tende già montate». Chiude riferendo che «ogni disco aveva una tendenza e purtroppo a ogni tendenza era legata una droga. Alcuni clienti facevano uso di ecstasy, tant’è che cominciai ad andare al lavoro in moto perché uno spacciatore che avevo buttato fuori, mi rovinò tutta la fiancata dell’auto. Ora sta tornando a diffondersi l’eroina, anche se – conclude – nessuno pare accorgersene».

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