Rimini. File e bimbi al freddo: profughi, odissea per registrarsi

La macchina degli aiuti viaggia a pieno regime, accoglie migliaia di persone in fuga dalle bombe lanciate sulle città Ucraine. Però non tutto funziona come dovrebbe, operatori e agenti magari fanno di tutto per attenuare i disagi, ma il risultato alla fine non cambia: disagi, lunghe file davanti alla Questura, mamme e bambini al freddo per un documento che non arriva e l’unica certezza fa rima con un “tornate domani”. Lamentele che si aggiungono a quelle firmate dal gestore dell’hotel Brenta di Viserbella, prima struttura ad aprire le porte ai profughi che un paio di giorni fa ha dovuto assistere al trasferimento un filino energico dei suoi ospiti nei Centri accoglienza straordinari.

“Disagi e caos”

Barbara Bonomi abita a Riccione e da qualche giorno ospita tre donne ucraine e un piccolo di quattro mesi. Il suo è un racconto che chiama in causa gli uffici della Questura in piazzale Bornaccini dove i profughi si ammassano per registrare l’arrivo in Italia.

Ma? «Siamo andati venerdì scorso – racconta Barbara Bonomi – ci dicono che apre alle 9, siamo lì un’ora prima. Davanti abbiamo un centinaio di persone, molti bambini, al freddo, nessuno spiega, alle 11 scopriamo che vengono assegnati i numeri ai primi della fila, 45 o 50, poi basta».

Tutti gli altri? «Sabato o lunedì. Torniamo lunedì, ma non cambia nulla, file interminabili e nessuna assistenza, chi ha la fortuna di essere accompagnato da un italiano magari scopre che prima bisogna compilare dei certificati, diversamente quando è il momento manca la documentazione. Non capisco come non sia possibile dare appuntamenti per più giorni senza ogni volta fare partecipare le persone alla lotteria dei numeri. Alla fine abbiamo risolto grazie alla polizia locale di Riccione».

«Niente interprete

La storia di Gian Carlo non è diversa. Lui, cittadino riminese, lunedì alle 6,30 si è presentato davanti alla Questura insieme alla compagna ucraina e i suoi nipotini accompagnati dalla giovane mamma. Mamma e bimbi che hanno lasciato casa e papà giusto un paio di giorni prima per scappare dalla guerra, e che ora si trovano a dover lottare per avere quel pezzo di carta che attesta la loro presenza sul territorio italiano.

«Siamo rimasti sconcertati – racconta Gian Carlo – non ci aspettavamo certo una massa di persone come quella in cui ci siamo trovati in mezzo».

Del resto, davanti a loro, appena arrivati alle prime ore del mattino, la fila non era lunga. «Ma poi abbiamo scoperto che chi era lì stava facendo la coda anche per altri, soprattutto bambini, perché effettivamente chiedere ai piccoli di stare tante ore al freddo è troppo».

Eppure, di bambini, ce ne erano tanti lo stesso. «Saremo stati in 500, tutti ammassati ad aspettare che ci chiamassero, nel rumore assordante che si creava a causa della difficoltà a capire cosa stava succedendo e cosa occorreva fare».

Un altro problema, infatti, è proprio la comunicazione. «Lunedì non c’era l’interprete e la traduzione era affidata alla buona volontà di persone, come la mia compagna, che sanno parlare sia italiano che ucraino. E per giunta la polizia non aveva megafoni. Cosa potevano sentire le persone in fondo alla fila?».

Pur riconoscendo la «buona volontà degli agenti, incappati in una disorganizzazione che non è certo stata “pensata” da loro», alla fine Gian Carlo, compagna, mamma e bimbi hanno dovuto rinunciare. «Alle 10,30 abbiamo capito che non ci avrebbero ricevuto e per fortuna siamo riusciti a prendere un appuntamento per la prossima settimana. Però mi chiedo: in un’emergenza simile, non è proprio possibile aggiungere turni e mettere personale in più?».

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