Sette anni di reclusione. È la pena che il tribunale di Rimini ha inflitto a un operaio moldavo di trenta anni, domiciliato a Cattolica e residente a Pesaro.

Secondo l’accusa costrinse la sua fidanzata, intenzionata a mettere fine alla relazione, a subire atti sessuali contro la sua volontà.

Aggressione brutale

Un’aggressione brutale, quella descritta nel principale capo d’imputazione.

L’uomo, infatti, dopo avere ascoltato con apparente calma le parole della ragazza che intendeva lasciarlo, l’aveva afferrata per il collo come a volerla uccidere. «Te la faccio pagare, ora fai quello che voglio io». Poi, dopo averla spinta a terra l’aveva afferrata per i capelli, sollevata di peso e trascinata in bagno. Qui le aveva legato i polsi dietro la schiena con la cintura dell’accappatoio, l’aveva piegata sulla lavatrice, facendole sbattere la testa prima sull’elettrodomestico e poi contro il muro. Infine, l’aveva riportata nella stanza da letto, e senza scioglierle i polsi, nonostante i pianti e le urla della ragazza, l’aveva stuprata.

L’aggressione ha lasciato dei segni indelebili sulla psiche della ragazza, ma anche il fisico subì il trauma dei colpi e delle pressioni sulla pelle: fu medicata al pronto soccorso dell’ospedale e giudicata guaribile in dieci giorni.

Prima del codice rosso

I fatti risalgono a settembre 2018, ma nonostante la gravità dell’accaduto, la parte offesa (che nel processo è assistita dall’avvocato Ninfa Renzini), ancora spaventata e sotto choc, non rivelò la portata della violenza subita, né smentì il tentativo del fidanzato di minimizzare l’episodio, riconducendo tutto a un una lite tra conviventi. Il trentenne, così, non ha fatto neanche un giorno di custodia cautelare in carcere (c’è da dire che all’epoca non erano ancora in vigore le procedure attuali previste dal cosiddetto “codice rosso”).

Disposto risarcimento

L’indagine ovviamente è andata avanti, fino all’approdo nell’aula di tribunale. L’imputato, presente alle udienze e anche al momento del verdetto, si è sempre professato innocente. Una volta rese note le motivazioni (il collegio era composto dai giudici Sonia Pasini, Alessandro Capodimonte, Andrea Falaschetti), proporrà appello. Nel processo di primo grado è caduta intanto l’accusa di stalking nei suoi confronti: le sue insistenze nel chiedere alla donna di ritirare la denuncia, dopo che lei lo aveva lasciato, non si configuravano come ipotesi di reato.

Il tribunale ha anche disposto un risarcimento di 22mila euro nei confronti della parte offesa, mentre per l’imputato, in caso di conferma della pena nei successivi gradi di giudizio, scatterà l’interdizione perpetua dai pubblici uffici.

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