Rimini, non erano rapitori: pescatori assolti dopo 16 anni

RIMINI. «Volevamo solo riavere indietro i nostri soldi, ci eravamo lasciati raggirare stupidamente, e volevamo riavere i ventiduemila euro che ci erano stati soffiati sotto al naso». Gli imputati, tre pescatori tunisini residenti a Rimini, lo ripetono dal giorno dell’arresto, quando finirono addirittura nei telegiornali, con il marchio di avere rapito e seviziato un giovane senegalese a scopo di estorsione. A distanza di sedici anni dai fatti il Tribunale di Rimini (collegio presieduto dal giudice Sonia Pasini) ha riconosciuto le loro ragioni. L’accusa più grave – sequestro di persona – è stata derubricata in esercizio arbitrario delle proprie ragioni, reato ormai ampiamente prescritto. ma anche tutti gli altri addebiti sono caduti uno a uno come birilli grazie a una sentenza che non ha tenuto in considerazione le pesantissime richieste del pubblico ministero. Gli imputati, che nella fase iniziale delle indagini sono rimasti a lungo in carcere, sono stati assolti: il pm chiedeva per ciascuno di loro la pena di 26 anni di reclusione. Comprensibile, quindi, la soddisfazione dei difensori (avvocati Tiziana Casali e Sonia Raimondi) anche se adesso attendono le motivazioni. Se per l’ipotesi di rapina non si è raggiunta la prova e per le lesioni mancava la querela, è singolare l’assoluzione dalla spedita di sei banconote false: sono risultate infatti vere e di conseguenza restituite. Tutta la vicenda che risale all’estate 2003 ruotava attorno ai soldi e all’illusione della ricchezza. I tre pescatori tunisini, infatti, particolarmente creduloni, si erano lasciato abbindolare da una coppia di africani che aveva fatto intendere loro di possedere la capacità, attraverso complicato sistema chimico, di trasformare semplici pezzi di carta in banconote. Gli stregoni erano stati così convincenti, dopo una furbesca dimostrazione pratica del funzionamento del sistema, da farsi finanziare dai tunisini i presunti acquisti per la carta speciale fatta arrivare dall’estero e per ciascuno degli ingredienti segreti: composti chimici di varia natura, ovviamente “costosissimi”. I pescatori avevano raggranellato i loro risparmi, ma quando quelli erano spariti non l’avevano presa bene. Messe le mani su di uno lo avevano rinchiuso in un appartamento e preteso i loro soldi indietro dal fratello del “rapito”. I carabinieri, con un blitz, liberarono l’ostaggio. Ma sotto controllo, all’epoca, erano anche i truffatori delle banconote: così nel processo sono spuntate fuori intercettazioni che hanno confermato come le intenzione dei pescatori fosse quella di riavere indietro il loro denaro. Un reato, anche quello, non più perseguibile ormai, molto meno grave rispetto alle contestazioni della procura.

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