Rimini. Dopo le proteste, la Cri rinuncia al trasloco dei profughi

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Alla fine fa un passo indietro Rita Rolfo, presidente della Croce rossa. I quaranta ragazzi restano nella casa a monte della Statale, dietro all’aeroporto. La fascia turistica per loro è “off limits” e dopo le proteste degli Albergatori (“niente profughi nella fascia turistica”) non raggiungeranno l’hotel di Rivazzurra. Troppo clamore.

«Parto dal presupposto che la Croce rossa risolve problemi e non li crea - commenta la presidente Rolfo -. Considerata la bufera e le telefonate poco carine, ci fermiamo. Resto però perplessa sul fatto che ci siano zone adatte e altre non adatte, l’inclusione è inclusione».

Quali le motivazioni alla base della scelta?

«Vorrei tutelare giovani che hanno già i loro problemi, alcuni non stanno bene, hanno visto il peggio. Ho riflettuto: ci fermiamo. È una decisione presa anche nel rispetto di chi ha paure economiche, siamo tutti disastrati per colpa del Covid. Fino a tre giorni fa non sembrava ci fossero problemi così importanti, ora vediamo se riusciamo a restare nello stesso posto».

Lei ha più volte rimarcato l’amarezza per la “sollevazione” degli operatori.

«Sono frasi forti da ascoltare, nell’accogliente Romagna non dovrebbe essere così. Ho proposto agli albergatori di conoscerci. Quando siamo arrivati sul “cucuzzolo” della montagna, c’erano case attorno, una insurrezione, abbiamo fatto un incontro con le persone e tutto è andato a posto, i ragazzi hanno anche lavorato nelle vigne vicine. Erano tutti preoccupati e alla fine mandavano i figli a fare i compiti con gli immigrati e gli operatori. Prima bisogna conoscersi».

Alla vigilia dell’estate, dopo la pandemia, ha prevalso la “paura”.

«Dicono che il turista si lamenta, ma ripeto, sono ragazzi che vanno a scuola, lavorano, fanno commissioni in giro per Rimini con gli operatori. Di quale problema si sta parlando? Noi dobbiamo dare un servizio, ci blocchiamo, però i migranti arrivano lo stesso».

Il mancato spostamento a Rivazzurra vi lascia ora senza casa?

«Non abbandoniamo nessuno, ci mancherebbe, però come stiamo vicini alle istituzioni anche le istituzioni devono fare lo stesso con noi».

È stato detto che vi mancava l’autorizzazione della Prefettura.

«Abbiamo seguito tutte le procedure e per entrare aspettavamo di terminare l’iter come da prassi».

Il confine è sottile, lo sa bene Patrizia Rinaldis, presidente dell’Aia Rimini. Pronunciare la frase “non vogliamo profughi nella fascia turistica” fa passare dalla “parte del torto”.

«Non stiamo parlando di accoglienza, integrazione, formazione, inserimento lavorativo - argomenta Rinaldis -. Il nostro obiettivo, lo diciamo da tempo, è tutelare il territorio, difendere una economia che dopo la pandemia prova a risollevarsi».

Nel mezzo c’è la vita di quaranta ragazzi. «Non puntiamo il dito contro Croce rossa e onlus, però non si può trasformare un albergo in un centro accoglienza, un hotel nasce per fare turismo e ospitare gente che viene in vacanza. Se deve essere messo a norma lo si faccia, ma solo per accoglienza ai turisti. È una battaglia che portiamo avanti da anni, gli alberghi servono ai turisti. Abbiamo sempre condiviso questa impostazione, fin dal 2018 quando l’emergenza profughi era pesante».

Hanno detto e diranno: che problema saranno mai quaranta ragazzi che studiano e lavorano? «Ognuno di noi risponde eticamente a se stesso. Qua si tutela l’economia del territorio in un momento drammatico a causa della pandemia. Ognuno di noi in vacanza vuole dimenticare la quotidianità di ogni genere. So anche io che ormai la comunità è multietnica, nelle città chiunque lo vive ogni giorno, serenamente, non dico di no. Ma quando si raggiunge il luogo delle ferie, per una settimana, dieci giorni, vuoi dimenticare. Nessuno è contro l’inclusione, molti ragazzi profughi hanno lavorato e lavorano nelle nostre aziende, io stessa li ho sempre avuti. Qua il discorso è un altro, è economico. Per questo chiediamo di salvaguardare la fascia turistica». marco letta

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