Rimini. “Dalle pentole ai tamponi, sempre aperti da 140 anni”

Dai pentoloni per i caplèt natalizi ai tamponi rapidi a sostegno della convivialità. Il negozio Casalinghi Balducci, aperto a Rimini nel 1872 su uno dei cardini viari compreso tra le vie Covignano e Saffi, è «il più antico della provincia e fu acquistato per 100 romani scudi, nel passaggio tra lo Stato pontificio e Italia», spiega Roberto Balducci, 62enne erede e titolare dell’attività con la madre Laura di 86 anni. Affrontando il capitolo pandemia non ha dubbi, trattandosi di un fenomeno che «ha solo acuito una situazione già sospesa e dai contorni incerti per le botteghe storiche». Certo è che per andar incontro alla clientela, oltre a provvedere alle consegne a domicilio in pieno lockdown, Balducci ha messo in vendita mascherine e disinfettanti, oltre che, «durante il periodo natalizio, tamponi rapidi per dar sicurezza negli spostamenti tra famiglie e rendere più tranquillo il momento conviviale».

Le origini

Ora in attesa di spegnere le 150 candeline ad agosto, ricorda che l’attività ha attraversato anche momenti bui, «dai terremoti alle due Guerre mondiali, passando per l’epidemia di Spagnola e la crisi del 1929, ma ogni volta – rileva con una punta di orgoglio – abbiamo rialzato la testa». Numerosi anche i cambiamenti varati. «In origine era un negozio legato alle stagioni – fa notare – che d’inverno apriva nelle ore centrali della giornata e d’estate la mattina presto. Ma non solo. Nel periodo della vendemmia e della trebbiatura seguivamo la consuetudine vendere a credito». Era l’epoca della solidarietà e delle collaborazioni, delle porte lasciate aperte, del dialetto che animava gli scambi, un mondo che, osserva, «difficilmente si riproporrà». Intorno al borgo Sant’Andrea l’urbanizzazione parte dagli anni Cinquanta, cambiando il volto della città.

La pandemia

Al riguardo scende nei dettagli: «La pandemia ha solo evidenziato la punta dell’iceberg, un cambiamento sociale già avviato. Intanto – riconosce – anche il negozio storico, per restar competitivo e dare offerta adeguata ai tempi, si è dovuto trasformare, secondo le esigenze del cliente. Resta inalterato però – si rallegra – il modo di rapportarsi, molto personale e ricco di consigli, oltre allo spiccato intuito del negoziante». Caratteristiche che, nota, «fanno sopravvivere una bottega storica nel commercio, perché ci inseriamo nel progresso, definito dall’e-commerce e dai social, ma mantenendo vive peculiarità antiche e sane, dall’umanità schietta al rapporto interpersonale». Poi allarga le braccia: «Non si può sfuggire al confronto, la scelta che dà Amazon è difficile da contrastare per tutti, anche se nel nostro piccolo abbiamo 12mila articoli». Così avanza una proposta: «Occorre imbastire una riflessione sul piccolo commercio, in sinergia con Istituzioni, Università, categorie e Camera di commercio, cosa che ho proposto peraltro organizzando vari convegni». Lo scoglio? «Si stanno perdendo i rapporti tra commercianti, – afferma – ognuno si chiude nella sua bottega perdendo di vista l’interesse collettivo».

La battaglia contro i colossi

Al contrario, incalza, bisogna valorizzare «queste realtà e metterle in condizioni di competere alla pari, a livello fiscale e di agevolazioni, con i colossi che monopolizzano il commercio, intervenendo – aggiunge – anche sulle politiche urbanistiche, in primis trasporto pubblico e parcheggi». Ultima osservazione, ma non meno importante: «Le banche di credito cooperativo dovrebbero tornare a dar fiducia e linfa alle piccole attività. Altrimenti la crisi inasprita dalla pandemia peggiorerà, generando crisi occupazionale, calcolando almeno tre addetti per negozio, con contraccolpi sul gettito fiscale. Siamo di fronte a una rivoluzione sociale, senza non ci sarà futuro». Intanto vale il concetto della catena, rimarca, «dove ogni anello ha un ruolo ben specifico e conseguenze se spezzato. Un esempio? La chiusura delle botteghe incide anche sulla sicurezza delle città per i residenti. La comodità di avere il pacco a casa produce conseguenze anche negative». E Balducci sottolinea: «Siamo rimasti aperti anche in questo momento difficile, continuando a illuminare il pezzo di strada prospiciente al negozio». Esattamente come il 1° gennaio 1964, quando all’alba venne a bussare alla loro porta una cliente, a cui s’era rotta la pentola per fare il brodo per i cappelletti. «Mia nonna Rachele – conclude -, ancora assonnata e in vestaglia, andò a riaprire la bottega sotto casa, con un sorriso sincero, senza pensarci due volte».

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