Rimini. Covid, i medici di base: siamo sotto assedio

Sono un po’ come la mamma quando ci sono dei problemi: la prima a cui chiedere aiuto. I medici di famiglia, però, vogliono tornare al proprio mestiere che è quello di curare le persone e prevenire le malattie, non certo annaspare nella burocrazia da Covid. Corrado Paolizzi è un “dutor dla mutua” (parole sue) e non ne può veramente più. «Lavoro dodici ore e più della metà la impiego a occuparmi di questioni che non mi competono – spiega Paolizzi, che è anche consigliere della Fimmg Rimini -. Il medico di famiglia deve monitorare i pazienti positivi se diventano sintomatici e quelli comunque sintomatici, non deve essere distratto da problematiche burocratiche. Il medico di famiglia non mette in quarantena o in isolamento nessuno, e nessuno può liberare da questi provvedimenti, per legge lo fa il Dipartimento di salute pubblica».

Un appello, quello di Paolizzi, per limitare una tendenza ormai universale in cui l’indicazione è sempre la stessa: “Senta con il suo medico”.

La quantità di richieste viene definita «catastrofica» da Paolizzi. «Cinquanta, sessanta messaggi al giorno, oltre al centinaio riferito alle altre patologie, ma questo è normale».

Richieste che rientrano nel grande capitolo della burocrazia. «Non mi è arrivato il risultato del tampone – cita Paolizzi -. Torno dall’estero dovrò fare il tampone? Ho avuto un contatto con un positivo, sto bene, ma ancora non mi hanno chiamato. Ho un problema col green pass».

Ma c’è di peggio. «Però prima di Natale – scandisce Paolizzi – hai fatto i comodi tuoi, sei andato a mangiare, hai visto gente, invitato i parenti. Capodanno farai uguale. Una mia paziente ha rinviato il vaccino prenotato il 31 dicembre per paura di stare male» proprio il trentuno.

“Siamo solo farmacisti”

In relazione alla circolare della Regione, che recependo la direttiva del ministero della salute sancisce che i test antigenici rapidi siano sufficienti, se positivi, per determinare un’infezione da Covid (anche senza conferma con tampone molecolare), Federfarma Emilia Romagna chiarisce che il tampone in farmacia resta riservato a coloro che si testano per precauzione e non a quanti avvertano sintomi riconducibili all’infezione.

«Con senso di responsabilità applichiamo quanto deciso dalla Regione, pur immaginando che probabilmente questa direttiva aumenterà ulteriormente il carico di lavoro sulle farmacie- commenta il presidente Achille Gallina Toschi -. Le migliaia di test fatti in questi mesi hanno già contribuito a scovare centinaia di positivi e in questo momento in cui il sistema di tracciamento è appesantito da una nuova ondata è bene che i test antigenici rapidi siano sufficienti ai fini della quarantena. Ribadiamo tuttavia che questa indicazione non modifica la procedura da attuare per i sintomatici, che devono rivolgersi al medico di medicina generale, il quale stabilirà la strada più opportuna e sulla base dei sintomi deciderà o meno l’esigenza del tampone molecolare. Coloro che hanno sintomi non devono presentarsi in farmacia, altrimenti si rischia di moltiplicare i contatti».

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