Rimini, la Comunità che riabilita i detenuti

Rimini, la Comunità che riabilita i detenuti
Giorgio Pieri insieme agli ospiti della Casa del perdono

«Il lavoro di per sé non è sufficiente a riabilitare un uomo. Per non tornare a delinquere, il detenuto deve guardare e curare le sue ferite». Secondo Giorgio Pieri, il 54enne coordinatore internazionale del progetto “Comunità educante con i carcerati” della papa Giovanni XXIII, per salvare un uomo dalla reiterazione del reato non è sufficiente dargli un lavoro. «Alcuni dei detenuti, al tempo della commissione del crimine, un lavoro ce l’avevano. Quello che non avevano era la speranza nel domani». Alle persone in esecuzione della pena che vengono affidate alle case di accoglienza della comunità fondata da don Oreste Benzi si richiede volontà e impegno. «Se vediamo che qualcuno non è disposto a mettersi in discussione, lo rispediamo in carcere. Non facciamo alcun tipo di buonismo».
Don Oreste diceva che “l’uomo non è il suo errore”. Cosa significa per lei questa frase?
«Sì, don Oreste diceva che l’uomo non è il suo errore e che dobbiamo passare dalla certezza della pena a quella del recupero. Perché un uomo recuperato non è più pericoloso. Ciò in cui credo, è che bisogna sforzarsi di vedere oltre il crimine che l’uomo ha commesso. Bisogna sforzarsi di conoscere le persone che sono in carcere, scoprire la loro storia, il loro vissuto, cosa li ha portati a delinquere. Solo per dare alcuni numeri, il 25% dei detenuti sono tossici, il 13 – 14% ha una diagnosi di disturbo borderline, e il 75% prende psicofarmaci in carcere per dormire e per stare sereno. Spesso, infatti, dietro a un “carnefice” si cela una storia di dolore e di violenza. Quello che facciamo noi con le persone affidate alla nostra struttura, è ripartire da quel dolore, rivivendo quel trauma, e a quel punto gettare la basi per la costruzione di un futuro diverso».

Giorgio Pieri


Perché il tasso di recidiva di chi è stato in carcere è così alto, secondo lei?
«Il tasso calcolato scientificamente è del 70%, ma è una previsione “ottimistica”. Se risulta che 7 persone su 10 tornano a delinquere è perché i numeri si riferiscono a chi viene effettivamente riarrestato. In realtà, a ricadere nel crimine sono almeno il 20% degli ex detenuti in più. Sono dati allarmanti, e sono dovuti in larga parte alle condizioni e al sistema carcerario. Il carcere, infatti, ti “educa” all’ozio. Alla brandina. E in carcere si parla solo di carcere. C’è un detto che dice “entri in carcere che sai fare un furto ed esci che sai fare una rapina”. Non avendo altro da fare, i detenuti parlano tra di loro di come poter fare il “colpo” migliore la volta successiva, si confrontano sulle tecniche di scasso e prendono contatti che poi riutilizzano appena escono. Anche perché il “fuori” può essere davvero un nulla. Se quando esci il lavoro che magari avevi l’hai perso, la casa non ce l’hai più e la tua famiglia ti ha abbandonato, quello che ti viene in mente di fare è chiamare il tuo “amico” che hai conosciuto in cella, e ti ritrovi nello stesso ambiente che hai lasciato. Il carcere, così com’è oggi, è un luogo senza speranza».
Come sono organizzati i percorsi di rieducazione all’interno della vostra casa di accoglienza?
«La vita in comunità è dura. E’ più dura del carcere. In primis, perché sei obbligato a fare. Non solo a lavorare, ma a renderti utile nella vita quotidiana della comunità. E inoltre abbiamo incontri settimanali di confronto e di analisi, cui le persone in affidamento da noi sono obbligate a partecipare. Ad esempio, il lunedì pomeriggio facciamo un incontro con i recuperandi, poi una volta alla settimana ci si confronta sulla dinamica del perdono, e a turno un uomo viene allontanato dal gruppo per far analizzare il suo caso e i suoi progressi agli altri. E poi, tutte le sere alle 20.30 si scrivono le emozioni provate durante la giornata in un quaderno».
Circa un anno fa avevate presentato la vostra proposta di superamento del carcere in un servizio del programma Le Iene. Avete avuto risposte?
«L’avevamo sottoposta anche all’ex ministro dell’Interno Salvini ma per ora nessuna novità. Eppure, è stimato che aprendo comunità diffuse sul territorio si otterrebbe un risparmio di 220 milioni di euro all’anno e un abbassamento della recidiva al 15%».

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