L’isola di Procida, nel napoletano, sarà la capitale italiana della cultura 2022. È un riconoscimento al progetto – spiegano i selezionatori scelti dal ministero per i Beni e le attività culturali – e non alla città più bella o più ricca di storia. «Nel 2022 saremo tornati alla normalità e la cultura e il turismo torneranno importanti e fortissimi come lo erano prima della pandemia» ha commentato il ministro per i Beni culturali e il Turismo Dario Franceschini. Già occupata la casella del 2023. Il Decreto Rilancio attribuisce a Bergamo e Brescia il titolo di capitali italiane della cultura 2023. Si tratta di una nomina straordinaria, senza che le due città abbiano partecipato al bando, per incoraggiarle alla ripartenza, poiché le due città – storicamente rivali – sono state tra le più colpite dall’emergenza sanitaria.

E Rimini?

La nostra città può, se vuole, candidarsi per diventare capitale italiana della cultura nel 2024. Vantaggi evidenti: un milione di euro del ministero e riflettori per un anno sulla città e sugli eventi collegati. Ma soprattutto: definitiva consacrazione che Rimini non è solo mare ma continua la sua attrattiva anche varcata la ferrovia e la stecca del grattacielo. Altrimenti a cosa è servita la rivoluzione (e i relativi disagi) che hanno trasformato soprattutto il centro storico in un grande cantiere? Quale altro comune italiano negli ultimi 10 anni ha subito una tale “mutazione antropologica”: dal teatro Galli al Castel Sismondo, dal cinema Fulgor alla “Casa del cinema” del palazzo Valloni, dal Part, nuovo museo d’arte contemporanea, al museo Fellini, senza dimenticare il Museo della Città, il Trecento riminese e la Rimini romana (a proposito: si riesce a trovare un punto di equilibrio fra le esigenze del Ceis e l’ormai improcrastinabile parco archeologico nell’area dell’Anfiteatro?).

Si calcola che due italiani su tre siano passati almeno una volta a Rimini. Per tutti loro Rimini è metafora della vacanza al mare. Non siamo più ai tempi dell’orrido neologismo “riminizzazione”. Rimini, oggi forse più di ieri, crea simpatia e chi la visita per la prima volta (è esperienza comune a tanti) nei suoi monumenti, nelle sue vie interne e nelle sue piazze esprime stupore e meraviglia. Ma non basta. È il momento di alzare l’asticella. Però bisogna crederci, tutti insieme: amministratori, operatori turistici, albergatori, commercianti. Poi se son rose, fioriranno.

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