Una decina di manifestanti a processo con accuse che vanno dal danneggiamento all’imbrattamento di cose altrui alla fabbricazione e al possesso di ordigni esplosivi. Si torna in aula, giovedì prossimo 28 gennaio, per cercare di attribuire le singole responsabilità per i soggetti identificati tra quelli che avevano preso parte a un corteo antifascista, degenerato, tra l’altro senza che si fossero avute provocazioni, in vandalismi e violenze.

I fatti risalgono al marzo 2014 e sebbene l’iter processuale sia stato complicato per la necessità di ripetere l’istruttoria dopo il trasferimento di un giudice, la memoria nei cittadini residenti tra via Gambalunga e via Roma è ancora viva: alcuni degli antagonisti, anche una volta conclusa la manifestazione, avevano infatti continuato a imperversare in imbrattamenti e danneggiamenti di banche, autobus e pensiline, negozi.

L’episodio più grave era stato l’attentato alla sede del partito Fratelli d’Italia: due “bombe carta” che avevano mandato in frantumi la vetrata del portone d’ingresso, in via Circonvallazione settentrionale (era stata rubata anche la bandiera).

Un raid in piena regola passato un po’ troppo sotto silenzio all’epoca dei fatti (un gruppo di manifestanti aveva anche occupato e devastato in via Tonti la struttura abbandonata del Servizio tossicodipendenze dell’Azienda sanitaria). Tra i testimoni convocati in aula figurano Gioenzo Renzi (capogruppo Fratelli d’Italia in consiglio comunale a Rimini); un commerciante, un conducente di autobus e i poliziotti che seguirono le indagini. Alcuni manifestanti avevano oscurato con la vernice spray le telecamere di sorveglianza della zona: su quattro bus di linea avevano lasciate scritte “no tav”, i muri delle delle case di corso Giovanni XXIII erano stati imbrattati con messaggi contro la polizia (“meno sbirri, più migranti, più sbirri morti…”).

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