Rimini. Bimbo morto, l’autopsia arriva dopo un anno e mezzo

Il piccolo Alessandro Vendemini è morto per una polmonite bilaterale, mai diagnosticata, in un quadro complicato da una malformazione cardiaca congenita. La consulenza disposta dalla procura alla fine è stata depositata e stando al medico legale che l’ha redatta in ritardo, ma con grande accuratezza, non si possono ravvisare profili di responsabilità da parte dei quattro medici e dell’infermiere indagati con l’ipotesi di omicidio colposo. Sono da scagionare perché sulla base delle indicazioni ricevute e dal quadro clinico al primo accesso non avevano motivo di disporre la radiografia al torace che avrebbe potuto rilevare il problema. Alla soddisfazione dei sanitari sotto accusa fa da contraltare il dolore della famiglia del piccolo, devastata dalla tragedia, e decisa, anche contro l’evidenza, a continuare la propria battaglia. «Nomineremo un nostro perito» è l’indicazione del padre all’avvocato Massimiliano Orrù. I fatti risalgono all’autunno 2019. Il bimbo, che aveva due anni, fu portato una prima volta al pronto soccorso al mattino e dimesso con una prognosi rassicurante. Nella notte tornò in ospedale in condizioni disperate e morì.

La morte di Alessandro, secondo il medico-legale sarebbe “riferibile a una polmonite diffusa bilaterale multiorgano terminale in un soggetto affetto da miocardiopatia ipertrofica e alterazioni vascolari” congenite.

Quando fu portato per la prima volta al pronto soccorso, alle 8 del mattino del 30 ottobre 2019, il quadro clinico non consentiva di ipotizzare una patologia così grave a carico del sistema respiratorio: non aveva febbre, dispnea, tosse e l’ossigenazione era normale. I dati riferiti dai familiari in quel primo accesso e il quadro clinico, secondo il medico-legale, non consentivano di ipotizzare una patologia così grave a carico del sistema respiratorio. La polmonite era in corso, ma sulla base dell’esposizione dei sintomi da parte dei genitori e delle evidenze cliniche, insomma, “non era neanche indicato un esame radiologico del torace”. Al secondo accesso al pronto soccorso, la notte dello stesso giorno, il quadro clinico del bambino era già compromesso dalla progressione della malattia, i tentativi di rianimarlo si sarebbero scontrati a quel punto con la malformazione cardiaca preesistente. L’arresto cardiaco fu la conseguenza. “Nell’assistenza sanitaria fornita al piccolo Alessandro – si legge nelle conclusioni – non sono pertanto ravvisabili carenze assistenziali integranti profili di malpractice professionale con rilevanza causale sul determinismo della morte”.

Parole che non lasciano margini all’interpretazione, anche se la procura (il pm titolare dell’inchiesta è Davide Ercolani) si riserva ancora tempo prima di decidere il da farsi.

Il deposito della consulenza, invece, per gli avvocati difensori degli indagati mette la parola fine sulla vicenda. «I nostri assistiti – spiegano gli avvocati Nicoletta Gagliani e Alessandro Pierotti – in servizio al pronto soccorso all’epoca dei fatti hanno visto riconosciuta la bontà del loro operato professionale. Rimane l’amarezza per l’evento drammatico che ha colpito il piccolo Alessandro e la sua famiglia, ma l’esito dell’autopsia non lascia spazio a interpretazioni diverse o alternative rispetto a una responsabilità, dimostratasi del tutto assente». A Riccardo, il padre del piccolo qualcosa non torna: ci sono voluti quasi due anni per sapere di che cosa fosse morto il figlio. «Quando lo portai la prima volta al pronto soccorso bastarono due ore per dire che non era niente e poteva tornare a casa».

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