Rimini, a processo per colpa dell’eredità del padre

Quando il papà, conosciuto e stimato professore di un istituto superiore riminese è morto, in eredità non ha lasciato soldi o preziosi, ma diverse “vecchie” stampe e molte scartoffie che dopo un po’ il figlio ha deciso di vendere. Mai però avrebbe pensato che quei documenti, di cui il padre non aveva mai fatto cenno sulla loro importanza storica, lo trascinassero in un un’aula del tribunale di Rimini dove, difeso di fiducia dall’avvocato Paolo Ghiselli, il prossimo 5 maggio, siederà sul banco degli imputati accusato di ricettazione.

L’indagine

Secondo i carabinieri del Nucleo patrimonio artistico e le procure della Repubblica di Pesaro prima e di Rimini poi, infatti, quelle scartoffie non erano semplice carta straccia, ma atti importanti dello Stato redatti in varie epoche a partire dall’unità d’Italia.

A mettere in moto la macchina della giustizia, un blitz tra le bancarelle di robivecchi in un mercatino del pesarese, dove stava partecipando anche l’antiquario della Valconca che aveva acquistato una stampa pagandola pochi spiccioli: un manoscritto datato 11 aprile 1805, redatto dalla Prefettura del circondario di Rimini, indirizzato al Prefetto del Dipartimento del Rubicone. Atto dichiarato di “particolare interesse” dalla Soprintendenza Archivistica e Bibliografica dell’Emilia-Romagna. Era poi toccato agli investigatori dell’Arma di Bologna, passare alla perquisizione delle abitazioni dell’antiquario e del figlio del professore. Nella seconda furono sequestrati vari documenti “archivistici di natura pubblica” che spaziavano dal Regno d’Italia al fascismo, al periodo bellico «proventi di delitto consumato in data e luogo imprecisato». Atti che comunque non potevano essere nelle mani di normali cittadini anche se fosse stato accertato si trattasse di carte mandate erroneamente al macero.

Il caso

Quel sequestro è stato il primo atto di un’indagine che poi si è sviluppata in tutta la Penisola. Fin dal primo interrogatorio dei carabinieri del Nucleo patrimonio artistico di Bologna, l’erede del professore ha detto di non aver mai saputo né la provenienza né il valore storico dei documenti. Che non gli venne neppure spiegato dall’antiquario che riteneva un esperto, finito pure lui sotto inchiesta con l’accusa di ricettazione. La vicenda a questo punto, come sottolinea l’avvocato Paolo Ghiselli, «diventa paradossale». «Ora speriamo nel buonsenso della giustizia considerato che è evidente manchi l’elemento soggettivo del reato contestato».

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