Rimini. A 84 anni fa 1800 km per salvare le nipoti alla badante

Non ci ha pensato un solo secondo: ha preso un aereo low cost per Cracovia, si è messo al volante dell’auto della figlia della badante fuggita dai bombardamenti insieme alle due figliolette e si è sciroppato qualcosa come 1.800 chilometri in un giorno per portarle a Rimini e tenerle lontane dalla guerra in Ucraina. Il tutto a 84 anni suonati. Roba da Guinness dei Primati, ma lui, Alberto Alessandrini ne parla come se fosse andato a prendere il pane al forno. D’altra parte, la carta d’identità sembra post datata di parecchio osservandolo e visitando la pagina Facebook che aggiorna quotidianamente con la freschezza di un ragazzino. E non solo mentale. L’uomo, ingegnere nucleare in pensione, vi appare infatti in sella alla moto o mentre fa la verticale in mare con uno stile e un fisico da far impallidire gran parte dei trentenni. Ora che la missione “recupero” è conclusa, è un uomo felice per le persone cui vuole bene, ma preoccupatissimo per le sorti dell’Europa e del mondo forte delle conoscenze in ambito nucleare.

Alessandrini, partiamo dal principio: come le è venuto in mente di mettersi in marcia in quattro e quattr’otto?

«Ho fatto ciò che farebbe chiunque conosca una persona come la mia badante, che vive con me da 20 anni, ha assistito mia moglie finché è stata in vita e ora si prende cura di me. D’estate la sua famiglia viene sempre a trovarci e, visto che vivo solo perché mio figlio si è trasferito a Tenerife, per me è un po’ come essermi rifatto una famiglia, quindi è come se avesse avuto bisogno un mio caro».

Come si è organizzato?

«In un secondo. La figlia 36enne della badante e le sue bimbe di 10 e 4 anni vivono a Lutsk, nell’Ucraina occidentale a un centinaio di chilometri da Leopoli, vicino al confine bielorusso. Da casa cercavo di tranquillizzarle ogni giorno sul fatto che fossero al di fuori dalle aree più pericolose, ma hanno fatto bene a scappare subito in Polonia visto che a 7 chilometri da loro c’è un aeroporto militare che, seppur chiuso, è stato bombardato immediatamente. Sono riuscite ad attraversare il confine in auto, io sono andato in aereo a Cracovia e le ho portate a Rimini con la loro macchina».

Sciroppandosi qualcosa come 1800 chilometri in un giorno

«Sulla mappa in realtà me ne dava 1.650, ma questo navigatore maledetto che non prende all’estero mi ha fatto allungare il tragitto di 150 chilometri e a quel punto l’ho mandato al diavolo e mi sono messo a seguire l’autostrada Paese per Paese. A ogni benzinaio vedevo però code sempre più lunghe e per paura di restare a piedi con due bimbe in auto ho iniziato a prenotare alberghi online strada facendo e a disdirli una volta superati. Per fortuna tutti parlavano inglese e sono stati gentilissimi. Poi una volta arrivato a Tarvisio, ho pensato “è fatta” e ho puntato diretto casa mia».

Come è stato l’approccio con l’Italia?

«Conoscevano già Rimini e sono state ovviamente tutte contentissime. Portarle qua è un po’ come importare la guerra, perché si parla tutto il giorno di quello e molti pensano che la pace possa scoppiare da un momento all’altro: per me invece c’è il rischio duri mesi e bisogna attrezzarsi al meglio per l’accoglienza e l’inclusione. Devo dire che da questo punto di vista la macchina organizzativa è perfetta e il personale è stato tutto gentilissimo: dopo due giorni le ho accompagnate in questura, poi all’Ausl e ora abbiamo anche un pediatra di riferimento. Fra l’altro la madre è già vaccinata e ora stiamo occupandoci dell’inserimento scolastico delle piccole: la più grande parla benissimo l’italiano e non avrà problemi, la bimba di 4 anni che non lo conosce e vorrei metterla in una materna».

Lei ha lavorato nelle centrali nucleari e poi sulle piattaforme petrolifere da direttore di ingegneria per la Belleri di Mantova, vista la sua esperienza nel settore quanta paura ha che la situazione degeneri?

«Tantissima. Siamo in una situazione di equilibrio molto precario, visto che a invadere è un Paese povero come la Russia, che fa il 70% del Pil vendendo gas o petrolio ed è industrialmente a terra ma ha le ambizioni della vecchia Urss e armamenti letali in mano un pazzo che fa minacce pure puerili brandendola. Un incosciente che evoca la bomba nucleare e non dovrebbe neanche nominarla: quelle di Hiroshima e Nagasaki sono due atomiche di prima generazione in cui l’energia viene liberata per fissione, mentre quelle di oggi, all’idrogeno e cioè a fusione come avviene nel sole, liberano un’energia enorme con conseguenze da 10 a 100 volte superiori. È facile capire cosa succederebbe in caso l’incosciente vada avanti: aveva ragione Einstein quando diceva “Non ho idea di quali armi serviranno per combattere la terza Guerra mondiale, ma la quarta sarà combattuta coi bastoni e con le pietre”. Spero solo che poi fra migliaia di anni ci sia una nuova generazione di mammiferi più intelligenti di noi…».

Eppure la corsa a questi armamenti non si ferma. Anzi.

«La Russia e l’America ne hanno 4-5.000 a testa, ne ha tantissime Israele, un po’ meno Inghilterra e Francia. Ma si possono realizzare anche con il plutonio e chi ha le centrali nucleari ne può costruire tantissime: la Francia ha già 57 reattori nucleari (il 70% dell’energia la produce così con molto meno impatto ambientale inquinante), ne ha ordinati altri sei appena scoppiata la crisi e ha un’opzione per altri otto… C’è da tremare, mentre io, in pensione da 20 anni, vorrei solo stare tranquillo e continuare a dedicarmi ai miei brevetti: mi sono giurato di riuscire a togliere tutte le scogliere dalle spiagge prima di morire e studio tutti i giorni, perché è possibile e molto meglio per il mare. Anche se il maggior ostacolo sono incredibilmente i bagnini».

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