Luglio 1942. Nonostante l’entrata in guerra degli Stati Uniti e l’allargamento spaventoso del conflitto che impegna i soldati italiani su fronti lontanissimi, la gente ostenta ancora una certa calma. Anche i pochi villeggianti, consapevoli del difficile momento, si comportano con estrema riservatezza; le scarse manifestazioni mondane – mattinate sulla spiaggia, soste pomeridiane nei caffè e qualche divertimento sportivo – assumono un tono discreto se non addirittura austero. La vita spensierata e caotica di un tempo è solo nei ricordi. Abolite le orchestrine, i locali pubblici chiudono alle 23, quando inizia l’oscuramento.
Non tutti però a quell’ora s’infilano sotto le lenzuola. Molti trascorrono parte della nottata in conversazione con amici e trovano modo anche per stare allegri. Sull’esempio delle “cartoline del pubblico” è di moda ironizzare, seppure amaramente, sui temi di attualità: i sacrifici imposti dall’economia di guerra, la carenza dei generi di prima necessità, le tessere annonarie, la borsa nera… Tutto serve per sdrammatizzare le incertezze di una situazione lacerante che si protrae da oltre due anni e per dimostrare che, malgrado tutto, la vita continua con i ritmi di sempre.
A sostenere questa situazione di disimpegno e di leggera evasione sono i quotidiani. Da una parte, infatti, con i loro titoloni sulla nostra avanzata in Africa Settentrionale alimentano sogni di grandezza, dall’altra con i piccoli fatti della quotidianità danno l’illusione che tutto proceda come un tempo. Prodigo di notiziole della vita di tutti i giorni è il Corriere Padano: sulle sue colonne trovano spazio i programmi teatrali, cinematografici e sportivi; i momenti di attualità e persino di svago. Del resto, per infondere un pizzico di buonumore ai lettori non ci vuole un granché, a volte è sufficiente riferire le mosse di qualche scapestrato. Nella minutaglia del 22 luglio 1942, per esempio, il giornale inserisce con una certa dose di compiacimento l’ultima noterella giudiziaria del più illustre ubriacone della città. «Enrico Gasperoni, detto Nasi, fu Giovanni, di 67 anni da Rimini – si legge nella cronaca riminese del periodico –, detenuto per essere stato colto in luogo pubblico in stato di manifesta ubriachezza è stato condannato alla pena di mesi tre di arresto ed alle spese tutte di giustizia».
Nasi è da sempre lo spasso degli sfaccendati. Nullatenente e senza fissa dimora, nessuno sa come riesca a sbarcare il lunario e dove prenda gli spiccioli per ingoiare la noia della sua condizione sociale. Quando è sobrio non sa come consumare la giornata: è taciturno, scontroso e non manifesta alcuna inventiva; quando è alticcio, invece, sfodera un eloquio ruspante che lo rende baldanzoso ed estroverso, capace persino di imporsi come “personaggio”.
Il Corriere Padano si è più volte interessato di questo beniamino dei buontemponi. L’8 ottobre 1939 nel registrare una delle sue disavventure aveva ritenuto opportuno “svelare” il suo eloquente stato di servizio: «Undici condanne: una per furto, una per truffa, due per oltraggio (conseguenza di sbornie) e ben sette per ubriachezza». Da allora il certificato penale di questo irriducibile seguace di Bacco si è arricchito di altri quattro soggiorni di forzata astinenza nel «celebre castello di Sigismondo» e sempre – come specificano i verbali – «per ubriachezza molesta e ripugnante con l’aggravante della recidiva specificata, recente e reiterata» (Corriere Padano, 31 maggio 1940 e 2 agosto 1941).
Questa zigzagante macchietta dallo sguardo appannato, stuzzicata dalla gente che incontra per il corso d’Augusto, si improvvisa piazzista di strafalcioni, il più noto e roboante dei quali – quello che dicendolo gli dà l’illusione di essere un luminare dell’oratoria – è: «Comando, possio e voglio!». Una massima strampalata, ma che proferita proprio da lui, relitto umano che stenta a reggersi in piedi, ha il sapore di una sfida nei confronti di quella società che lo omologa nel ruolo dell’emarginato che diverte.
Nasi, tuttavia, non sempre riesce a controllare le sbornie e quando raggiunge il culmine dell’oblio, la qual cosa gli capita spesso, perde i freni inibitori e dà in escandescenze: il vociare diventa sguaiato e il gesticolare volgare e scalmanato. Da qui le manette per «turbativa della quiete pubblica».
Sebbene “poco edificante”, lo spettacolo che fornisce Enrico Gasperoni merita sempre gli onori della cronaca. E così, in attesa della vittoria dell’Asse, le grottesche quanto sfortunate vicende di questo randagio eroe dei derelitti, anziché essere censurate, diventano un’occasione per risollevare il morale calante dei riminesi.

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