Riminese a 65 anni compra una bici e pedala fino a Istanbul: “Mi ha convinto Jovanotti”

Folgorato sulla via di… Jovanotti acquista una bici e inizia a sciropparsi migliaia di chilometri sui pedali alla scoperta del mondo. Da solo, anzi come dice lui «in coppia con la sua Guendalina», senza allenamenti specifici, navigatori satellitari o tecnologie varie per mappare e geolocalizzare i percorsi. E spiccicando appena qualche parola di inglese. Il tutto a 65 anni.

Stefano Pagliarani ha “cavalcato” la bici in gioventù come tutti, poi ha lavorato, fatto l’arbitro e l’ha riscoperta per un caso una volta in pensione facendone un’inseparabile compagna di viaggio da… Guinness dei Primati. Il riminese è infatti partito nel 2021 con un “allenamento” Santa Giustina-Porto Palo di Capo Passero e ritorno e quest’anno ha pensato bene di regalarsi una vacanza fino a Istanbul: 5.236 chilometri di pedalate in 35 giorni, più sei giorni di visite e riposo per un totale di 41 giorni da giramondo fra il 10 giugno e il 21 luglio. E’ quasi faticoso pensarci, figuriamoci farlo.

Pagliarani, come le nascono certe idee?

«Ho visto un documentario su Jovanotti che attraversava in bici Cile e Argentina, sono andato nel negozio di Forlì dell’amico da cui si serve e mi ha consigliato una Gravel Scott. L’ho acquistata e con la mia “Guendalina” sto andando alla scoperta del mondo».

Perché Guendalina?

«E’ un ricordo d’infanzia, il nome di una barca che vedevo da bambino andando al mare. Ora siamo una coppia e scrivo il diario di viaggio che aggiorno ogni giorno al plurale».

Già, perché lei parte sempre da solo.

«Assolutamente. Andare in gruppo è difficile, bisogna essere affiatatissimi, adattarsi sempre (uno magari è stanco e vuol fermarsi e l’altro no, uno vuol vedere un luogo e l’altro preferisce proseguire), invece così posso fare tutto in libertà e in base a quello che mi viene per strada».

Perché, non programma tutto?

«Decido la meta e a occhio e croce dove passare, l’unica cosa che so è che farò 150-160 chilometri di media al giorno, per il resto mi sento la sera con un amico riminese per organizzare alla meglio la giornata successiva».

Cosa porta con sé?

«L’occorrente per stare fuori. Non ho strumentazioni se non il telefonino, di cui attivo il wi fi solo la sera in albergo, ho due borse dietro, due davanti e una sul manubrio con il cibo».

Quando ha deciso di lanciarsi?

«Sono un cristiano praticante e lo scorso anno inverno avevo donato una statuetta di Santa Teresa di Lisieux alle suore del Carmelo di Noto. Quando mi hanno telefonato per ringraziarmi invitandomi ad andarle a trovare avevo appena acquistato la bici e, scherzando, ho risposto loro che sarei andato con quella. Ma non ci avrei mai pensato. Invece in primavera mi sono detto di fare la “mattata” e il 27 giugno sono partito. Piano piano, con i miei 160 chilometri al giorno ho raggiunto la Sicilia, sono stato lì un po’ e sono arrivato a casa il 20 luglio. Sull’isola ho saputo che c’era un ragazzo partito dal Comune più a nord d’Italia in Friuli e arrivato in quello più a sud d’Europa, a Porto Palo di Capo Passero, e sono andato in bici anche lì, dove mi hanno ricevuto il sindaco e la giunta. Ho fatto l’andata sulla costa Adriatica e il ritorno sul Tirreno fino a Roma, poi ho preso la Flaminia».

E la Turchia che c’azzecca se è tanto religioso?

«Quando mi chiedevo cosa poter fare quest’anno sognavo la Terra Santa a Gerusalemme, ma in bici è impossibile fra guerre in corso e deserti. Allora ho dirottato su Istanbul con ritorno per Atene, l’Albania, il Montenegro, la Croazia, la Slovenia e l’Italia. A maggio ho ritirato fuori “Guendalina” e il 10 giugno sono partito».

Ma non si allena tutto l’inverno?

«Ma quando mai! Ci si allena in viaggio, giorno dopo giorno».

Torniamo al 10 giugno.

«Sono arrivato ad Ancona e ho preso il traghetto per Spalato, da lì ho raggiunto Medjugorje che volevo assolutamente vedere, poi sono passato per Sarajevo, ho attraversata la Bosnia, la Serbia, sono passato in Bulgaria da Sofia e sono arrivato al confine turco. Alla frontiera cambia subito il mondo, si passa da quello cristiano ortodosso a quello islamico e lo si coglie immediatamente: moschee, minareti, l’ora di preghiera agli altoparlanti, si incontrano donne velate… In due giorni e 250 chilometri si è però già a Istanbul, che ho visitato per tre giorni, trovandola a dir poco meravigliosa. Quando sono ripartito, mi sono accorto di essere uscito dalla città solo dopo aver pedalato per 35-40 chilometri tanto è grande».

Quale è stato il momento più duro?

«A parte la Bulgaria per la quasi totale assenza di indicazioni, il peggio è venuto al ritorno: attraversare la Grecia è un’impresa perché i cartelli sono quasi inesistenti, le strade dissestate e si passa in zone in cui per ore non si incontra anima viva. L’Albania mi ha dato invece sensazioni di maggior sicurezza perché il fondo stradale è migliore e ci sono più segnali. Il Montenegro è difficile per le salite, ma è molto ben organizzato, idem la Croazia dove, l’unica fatica era trovare l’albergo per i tanti turisti. Il vero problema è che il territorio non è mai pianeggiante e ho un mio carico di quasi 20 chilogrammi fra una borsa e l’altra».

Cosa le rimane da queste esperienze?

«Emozioni uniche. Nascono infatti dalla voglia di conoscenza, dal voler vedere il mondo con i miei occhi e i miei tempi, non più con i viaggi organizzati, ma come una continua scoperta. Incontrando persone, parlandoci più a gesti, scoprendo luoghi e vistando chiese e monasteri lungo il cammino».

La prossima avventura?

«Non ne ho idea. Adesso mi riposo e devo recuperare. Metto a riposo la bici fino a inizio maggio e si vedrà, qui l’età è quella che è… ».

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