Rileggere la Divina Commedia in chiave green, 700 anni dopo

A Ravenna, nel 1321, muore Dante Alighieri. Settecento anni fa. La sua fama lo ha già consacrato in vita tra i contemporanei come sommo intellettuale e poeta, ma ancor di più negli anni la sua figura sarebbe diventata simbolo del genio letterario italiano. Uomo del suo tempo, Dante è però anche fuori dal tempo, un “classico” che dal Trecento a oggi (e anche proiettato nel futuro) esprime nelle sue opere aspetti del sentire umano che trovano piena sintonia in chi ancor oggi rilegge i suoi testi. Da rifugiato qual è stato (tra l’altro, anche in Romagna) ha vissuto l’aria delle Foreste del Casentino e sembra nelle sue rime di poter respirare a tratti quell’aria unica. Ma è possibile rileggere la Divina Commedia con una chiave di sostenibilità?

A guardare, con sensibilità moderna, al modo in cui Dante osservava la natura e l’ambiente se ne può riconoscere la vicinanza: la natura è fonte di stupore e ammirazione proprio come quando, oggi, si coglie l’aspetto di meraviglia di una cascata o di una cima innevata. Dante ne coglie l’afflato spirituale, nel suo più poetico aspetto estetico, ma ne valuta, misura e considera anche gli aspetti concreti degli eventi meteorologici, astronomici, fisici. La poesia di Dante è affollata di immagini della natura: anche per descrivere l’aldilà non trova nulla di più adatto della similitudine che avvicina ciò che è ultraterreno alla terrena realtà del creato. La folla dei dannati che approda all’Inferno a Dante ricorda il cadere delle foglie dagli alberi in autunno e i lamenti dei peccatori gli riecheggiano il verso delle gru, che avrà magari ascoltato tante volte, quando quegli uccelli (ora così rari) svernavano a stormi sulle coste dell’Emilia-Romagna. All’estremo, l’anima che si purifica per raggiungere il Paradiso viene paragonata a quelle nuove piantine che da un fusto ormai stanco “rinovellate di novella fronda” rinascono a nuova vita.

Lo stesso grande poeta della Divina Commedia e di rime d’amore è autore di una Quaestio de aqua et terra, conferenza “sull’acqua e sulla terra” tenuta a Verona appena un anno prima della sua morte. Nel mondo medievale in cui l’armonia del sapere abbraccia in maniera enciclopedica le discipline umanistiche e quelle scientifiche, Dante si muove agevolmente fra le immagini letterarie e lo studio dei fenomeni naturali. La sua è una visione d’insieme, che si alimenta in reciproci legami. Con l’occhio dell’astronomo, del geologo, del naturalista, del fisico, Dante studia la natura, ma dalle sue osservazioni coglie qualcosa di più che freddi dati, numeri e teorie. Ne fa derivare il senso di armonia di una natura che, pur nella sua continua mutazione, mantiene in equilibrio perfetto ogni suo elemento. Di fronte a quell’equilibrio Dante è colto da ammirazione e quell’ammirazione trasmette nei suoi versi; un vincolo ovunque presente, forza interna al creato tesa a collegare fra loro tutte le cose. Se la “nobiltade umana” assomma in sé la natura di tutti gli elementi, essa è inscritta però in una natura governata dall’amore e rappresenta solamente il vertice di una gerarchia che per preservarsi deve proteggere l’ordine armonioso delle sue parti. Per quanto indiretto, giunge chiaro l’invito di Dante (ancor oggi, per ogni suo lettore) a preservare quell’armonia della natura che ha l’uomo al suo vertice non come padrone ma come custode. Appunto questo per il Sommo Poeta è uno dei principi della sostenibilità. La natura ha un ordine e uno scopo: da quella “selva oscura” dove si smarrì al “prato di fiori” del Paradiso, Dante ha descritto la natura in versi con la semplicità di un’immagine quotidiana. E ha dato all’ambiente un’ombra divina, collegandole profondamente.

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