RICCIONE. È un silenzio denso, che profuma di incenso e giovinezza ferita, quello che avvolge la chiesa di San Martino. In viale Diaz non c’è spazio per le formalità: Riccione si è fermata per l’ultimo saluto a Chiara Bacchini, la studentessa di soli 18 anni la cui vita si è spezzata in un tragico incidente stradale. La chiesa è talmente gremita che le navate non riescono a contenere l’abbraccio della città; centinaia di persone restano in piedi, molte altre fuori sul sagrato, in un’attesa silenziosa che unisce generazioni diverse in un unico dolore. Una ragazza che, come i semi del tarassaco citati nell’omelia, «spargeva semi di bene» e che continuerà a farlo: la sua famiglia ha infatti acconsentito alla donazione degli organi, permettendo alla sua vita di continuare a battere altrove.
Il colore liturgico è il bianco: serve a ricordare che Chiara è nella luce. «Siamo qui per sintonizzarci sulle sue frequenze, per starle più vicino», sussurra don Alessio Alasia aprendo una celebrazione che è un groviglio di lacrime e speranza.
L’omelia scava nel mistero dello spaesamento, partendo dal Vangelo di Giovanni e da quella domanda di Tommaso che oggi è il grido di chiunque l’abbia amata: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». È l’interrogativo bruciante di chi resta davanti all’ignoto della morte, il dubbio di chi cerca una direzione quando il traguardo sembra un muro. Don Alessio non offre risposte preconfezionate: «Conosco bene il turbamento di questa domanda, me la pongo da tutta la vita. Ma è proprio l’angoscia di Gesù a convincermi: non mi fiderei di chi mi parla di vita eterna se non fosse stato prima come noi, nel dubbio e nel dolore».
Uno dei momenti più toccanti è stato quando la forza dei diciott’anni sale sull’altare. La classe V del liceo Volta-Fellini è un blocco unico. Il loro è il ritratto della verità: «Era vita, era fuoco. Entrava in ritardo, ma con un sorriso ammaliante che era un soffice tocco rassicurante. Nella sua sregolatezza è stata un esempio: un’anima genuina, la leggerezza fatta persona». Accanto alla bara bianca, spicca un quadro arancione, lo stesso colore con cui i compagni hanno dipinto il suo banco a scuola. Anche i professori hanno voluto ricordare la profondità di quell’alunna speciale: «Dal suo sguardo riuscivi a capire tutto, Chiara ci ha insegnato il potere autentico delle relazioni».
Le divise della Polisportiva Karate e i fazzolettoni degli Scout testimoniano una vita vissuta al massimo. Per i compagni di tatami, Chiara era una guerriera: «Era la nostra Soldato Jane, una forza della natura». «Buona caccia, sorellina», è invece il saluto degli scout che risuona tra le navate prima che il feretro esca verso un cielo riempito di palloncini bianchi. Chiara non c’è più, eppure, la sua energia è diventata costanza, un seme che continua a volare. Il dono degli organi è l’ultimo viaggio di una ragazza che ha scelto, letteralmente, di non fermarsi mai.