La signora di Riccione insulta Vannacci sui social e ora rischia la querela

Riccione
  • 10 settembre 2026

Rischia una querela per diffamazione la 50enne riccionese che su Facebook si è lasciata andare all’epiteto “coglione” nei confronti del generale Roberto Vannacci. Così, almeno, stando a quanto paventato dallo studio legale romano che tutela il presidente di Futuro Nazionale, nella lettera inviata alla donna, nella quale viene ventilata anche una possibile richiesta di risarcimento.

Il commento sarebbe arrivato durante un botta e risposta social tra utenti sotto un’intervista del politico, ma sarebbe stato considerato “lesivo della sua immagine, reputazione, onorabilità e decoro”. I legali, una volta risaliti all’indirizzo della donna, hanno così chiesto all’autrice del post, tutelata dall’avvocato Stefano Caroli, di provvedere alla sua rimozione, di scrivere una lettera di scuse al generale e, infine, di contattare direttamente gli avvocati per cercare di trovare un accordo. Altrimenti, gli stessi provvederanno a tutelare i diritti di Vannacci davanti alle autorità competenti. Da qui, appunto, il rischio di una querela per diffamazione.

«L’espressione utilizzata dalla mia assistita è effettivamente una volgare ingiuria, pur tuttavia ormai priva di connotazione offensiva nel linguaggio comune - ha commentato l’avvocato Caroli -. Il fatto ingiurioso non è dunque punibile in nessuna sede per l’uso frequente, quasi inflazionato, del termine, a causa dell’impoverimento del linguaggio e dello scadere del galateo».

Il precedente

A fare “giurisprudenza”, però, c’è un altro precedente che vede protagonista sempre Vannacci e che potrebbe giocare a favore della donna. Nel 2024, infatti, il Tribunale di Ravenna aveva assolto Pier Luigi Bersani dall’accusa di avere diffamato il generale dopo aver utilizzato le stesse parole della riccionese per definirlo durante un’intervista dal palco della Festa dell’Unità di Ravenna, nel settembre 2023. Sporta denuncia, il gip Corrado Schiaretti non aveva accolto la richiesta del pm, che aveva chiesto una multa di 450 euro, perché il fatto non sussiste.

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