Riccione, l’hotel non trova dipendenti: “Stanno a casa con i sussidi e rifiutano 1700 euro al mese”

Trovare personale è stata una mission impossible per gli albergatori della Perla che per una stagione hanno fatto da jolly, ricoprendo i ruoli vacanti. Ora in tanti chiuderanno i battenti prima del previsto, perché non ce la fanno più. «La gente preferisce stare a casa con i sussidi», spiegano, ed il personale straniero dopo il Covid ha trovato impiego oltre confine. «Ben 300 avvisi, ma nessuna risposta. Rifiutano senza battere ciglio 1700 euro di stipendio» spiega Maurizio Gaia da 20 anni titolare dell’Hotel Relax. Che aggiunge: «Abbiamo una chat che conta 98 strutture ricettive in zona Alba, dove emergono gli stessi problemi, perché al di là del ruolo richiesto, non si trovano dipendenti da marzo». Il tutto nonostante l’appoggio dell’Associazione albergatori che «mette di continuo annunci su internet che poi girano in tutta Italia». Ed entra nei dettagli: «Da marzo a giugno si è presentata solo una ragazza, ma voleva lavorare in nero per tutelare il reddito di cittadinanza. Ho detto no e lei ha rifiutato uno stipendio da 1700 euro per 6 ore e 40 minuti di lavoro al giorno, compreso uno di riposo, preferendo stare a casa».

E c’è chi ha provato a fare il furbetto. «Qualcuno pretendeva 2000 euro. E dire che fino a 3 anni fa, bastava mettere un annuncio per aver l’imbarazzo della scelta, al ritmo di 10 candidature al giorno». E il peggio è che «la situazione è esplosa quest’anno, perché si è ricominciato a lavorare a pieno ritmo, tant’è che abbiamo l’albergo pieno fino al 20 settembre. Se prima del Covid potevamo contare su 10 dipendenti, ora eravamo sotto di tre».

Della situazione purtroppo risentono tutti. Tant’è che Gaia ha assegnato un premio mensile, per ricambiare con un extra un simile impegno. Intanto con sua moglie si è rimboccato le maniche, «lavorando su più fronti dalla reception alla cucina». Perché? «Il cliente non guarda se manca il personale, – fa presente – ma le carenze. E se a guadagnar la fiducia ci vuole tanto, a perderla è un attimo. Così eravamo noi titolari al alzarci prima e staccare la spina sempre più tardi». E il titolare ricorda che «alcuni colleghi con più di un hotel, hanno dovuto chiuderne almeno uno. L’unica certezza ora è che senza i collaboratori storici, saremmo già alla canna del gas».

Stesse criticità all’Hotel Augusta dove la direttrice ha aiutato in cucina, mentre una sua amica non ha esitato a sistemare le camere. E precisa: «Abbiamo uno staff piuttosto stabile, eppure non abbiamo trovato nessuno, per i momenti di affluenza straordinaria, ossia dal 16 luglio in avanti, quando se ogni hotel avesse avuto 20 camere in più le avrebbe riempite». Ma la causa per lei non è solo il reddito di cittadinanza. «Quando abbiamo riaperto il personale di origine albanese, rumena o ucraina non poteva tornare e ha trovato un impiego in Russia o Norvegia. Gli italiani? Non sono interessati, io sto cercando ancora un manutentore offrendo 2mila euro al mese più vitto e alloggio». In linea l’Hotel Imperiale, dove la titolare conferma una situazione pesante che va avanti da aprile. «Ho lavorato con 3 dipendenti in meno per ogni struttura». Stessa frequenza di pensiero per il proprietario dell’Hotel Adigrat che nota: «A noi mancava una sola cameriera ai piani e la ricerca è stata estesa ad altre regioni ma non c’è stato verso. Ancora oggi facciamo i salti mortali, mia moglie che è responsabile del personale sistema le camere. A volte si propongono signore extracomunitarie che però – osserva – poi non si presentano. Mi sono rivolto anche alle agenzie anzi direi al mondo intero. Da qui la decisione: chiuderemo il 26 settembre anziché a novembre come di consueto, proprio per questi motivi. Sono sconcertato, – aggiunge – perché non abbiamo mai optato per il lavoro in nero, né per lo sfruttamento. Pago regolarmente gli stipendi il 6 di ogni mese e stipulo il contratto subito, andando al di là della paga sindacale. Pur di trovare personale – conclude – ci siamo davvero dissanguati economicamente, ma senza venire a capo».

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