RICCIONE Trecento euro di multa (rispetto ai quindici giorni di reclusione richiesti dall’accusa). È la pena “simbolica” inflitta dal giudice del tribunale di Rimini al titolare del bar del lungomare a Riccione in cui fu servito per errore un bicchierino di “acido” a un cliente, rischiando di ucciderlo. L’imputato, un uomo di 43 anni residente a Riccione (difeso dall’avvocato Piero Venturi), è stato riconosciuto colpevole delle gravissime lesioni provocate al turista per aver violato le norme sulla sicurezza del lavoro. Era stata l’inconsapevole barista a versare al posto dell’acqua minerale del detergente per la lavastoviglie al cliente, ma lui aveva versato la rimanenza del liquido, inodore e incolore, in una bottiglia e l’aveva lasciata incustodita accanto al bancone. «Mi raccomando, non la toccate», avrebbe detto prima di andarsene, ma non era bastata quella “precauzione” a evitare l’incidente. Il cliente, Luca Vitiello, commercialista lombardo di 55 anni, una volta risarcito dall’assicurazione, ha ritirato la querela e di recente è addirittura tornato ad assaporare il caffè nello stesso bar riccionese. Per i danni subiti il professionista, che vide la morte in faccia e subì 26 interventi chirurgici, ottenne dall’assicurazione circa 700mila euro. Al Corriere lui stesso ammise che erano tanti soldi «ma posso assicurare – aggiunse – che la salute non ha prezzo e quella cifra e nessun’altra vale altrettanto come stare bene. E poi si devono detrarre 150mila, andati via per le spese mediche».
I fatti risalgono al 25 aprile 2013. Il commercialista entra con la compagna nel bar che frequenta da anni, intende prenotare un tavolo per il pranzo. Nel frattempo, ordina un caffè e chiede un “goccino” d’acqua, in realtà detersivo liquido particolarmente acido, che gli viene versato da una normale bottiglia di plastica di acqua minerale. Per un attimo pensa a uno scherzo. Poi si sente avvampare e prima di perdere la voce grida incredulo: «Ma che cosa mi avete dato da bere?». Quindi si piega in due e si accascia a terra, con un rivolo di sangue alla bocca.
Il professionista, in pericolo di vita, viene sottoposto a una lavanda gastrica e presenta profonde lesioni all’esofago. È solo l’inizio di un vero e proprio calvario: lamenta ancora dei postumi. «Alcuni organi sono stati compromessi, il mio stomaco si presenta pieno di cicatrici, come dopo un colpo di bazooka. Non posso più ingerire certi cibi, ma mi ritengo fortunato, poteva andare molto peggio». La vicenda dell’avvelenamento ebbe un notevole risalto, così come la notizia del maxi-risarcimento. Un uomo residente nel Riminese, che all’insaputa dei familiari aveva contratto dei debiti ed era in difficoltà economiche, dopo la lettura della storia sul giornale ingerì dell’acido raccontando ai soccorritori di avere sentito un forte bruciore dopo avere bevuto da una bottiglia di aranciata acquistata al supermercato e con il tappo sigillato. Sperava di avere dei soldi? L’epilogo fu, nel suo caso, tragico: l’uomo morì e si concluse la sua inchiesta propendendo per l’ipotesi dell’avvelenamento volontario.

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