Riccione. Femminicidio di Olga: trent’anni al cesenate Castaldo

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a trenta anni di reclusione a Michele Castaldo, imputato per aver ucciso, strozzandola, la ex Olga Matei, commessa di origine moldava con cui aveva avuto una relazione di circa un mese. L’omicidio avvenne a Riccione il 5 ottobre 2016. La sentenza diventa così definitiva dopo l’annullamento dell’esito di un primo processo di appello (ribaltato nell’appello-bis) che aveva dimezzato la condanna. Spazzata via per sempre anche l’espressione “tempesta emotiva” che aveva giustificato lo “sconto” contribuendo alla provvisoria concessione delle attenuanti generiche. A quella frase ha fatto riferimento, ieri in aula, anche la procuratrice generale nel chiedere alla Corte di respingere la memoria difensiva. I giudici supremi hanno ritenuto inammissibile, come spesso accade, il ricorso dell’avvocato difensore Monica Castiglioni. La legale, che è tornata a difendere Castaldo dopo la parentesi dell’appello bis, si è battuta puntando sulla presunta illogicità delle motivazioni della sentenza. La coincidenza dell’udienza fissata l’8 marzo, Festa della Donna, non le faceva presagire niente di buono. Lei stessa, come si ricorderà, è stata attaccata duramente sui social solo per il fatto di svolgere il proprio lavoro («Come fai a difendere un femminicida? Vergognati»).

La natura egoistica

L’imputato, detenuto nel carcere di Ferrara, non era presente a Roma, così come i legali delle parti civili, né i parenti della vittima. La sentenza definitiva coincide, quindi, con quella di primo grado, inflitta con rito abbreviato dal Gip Vinicio Cantarini. L’inchiesta sul delitto, svolta dai carabinieri, era stata coordinata dal pubblico ministero Davide Ercolani. Il pm riminese nella requisitoria dell’epoca definì il delitto il tipico “femminicidio” rivelatore «della natura egoistica dell’uomo che continua a pretendere di imporre il rapporto prevedendo come unica soluzione alternativa la soppressione fisica dell’altra persona. Tu devi essere mia e di nessun altro». Olga, spaventata dalla gelosia immotivata e ossessiva di Castaldo, aveva deciso di lasciarlo.

Le polemiche esplosero quando il primo processo d’appello si concluse con lo “sconto”: 16 anni perché, secondo quei giudici, le condizioni emotive dell’omicida, dal «moto passionale» alle sue difficili esperienze di vita, avevano inciso in maniera «significativa» nella consumazione del delitto. La Cassazione bocciò le motivazioni e rinviò tutto a un’altra sezione (la seconda) della Corte di appello di Bologna. Si è tornati così a trenta anni di reclusione. Stavolta le motivazioni hanno retto: la “tempesta emotiva” non influì nell’omicidio. Troppi segnali smentiscono la presunta “paura d’abbandono” sviluppata dall’uomo, orfano, e padre a sua volta di un ragazzino morto di leucemia, “sfortunato” con le donne. Perfino la confessione non è stata ritenuta sincera. Per ricostruire l’accaduto fu fondamentale la segnalazione di una cartomante che aveva rassicurato Castaldo sulla solidità del rapporto destinato a durare nel tempo. Lui le annunciò l’intenzione di suicidarsi, mai messa in pratica, via sms. «Ciao, cambia lavoro: l’ho uccisa e mi sto togliendo la vita. Tu non indovini un c… ».

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