Riccione. Crac Calderone, chiesti cinque anni per il notaio

È il giorno dell’accusa nel processo Calderone, sulla presunta bancarotta fraudolenta della società all’epoca proprietaria del Pepenero, locale posto sotto sequestro fin dall’agosto 2013.

Il pubblico ministero Luca Bertuzzi ha chiesto la condanna per sette degli otto imputati e la confisca dei beni in sequestro preventivo come profitto del reato di bancarotta. Nell’interpretazione dell’accusa il notaio Alberto Parisio e Francesco D’Agostino, i due soggetti al centro dell’inchiesta della guardia di finanza, avrebbero portato al collasso la società Calderone con «condotte distrattive, mosse da fini puramente speculativi». Per entrambi il sostituto procuratore ha chiesto la condanna a cinque anni e tre mesi di reclusione.

Il pm Bertuzzi ha chiesto inoltre la condanna a due anni per Bianca Messore, Eduardo D’Ippolito e Nello Boni. Tre anni e sei mesi è invece la pena richiesta dall’accusa per Ugo Pizzatti Sertorelli «dominus ed effettivo percettore delle utilità delle operazioni distrattive» e per Barbara Righetti. Chiesta invece l’assoluzione per Mauro Pizzati Sertorelli per non aver commesso il fatto (gli era contestato il concorso nel crac). La parola, adesso, passa alla difesa: due udienze per completare la discussione (29 ottobre e 22 dicembre), prima della sentenza.

L’inchiesta denominata “Tie’s friends” partì agli inizi del 2012 come filone autonomo di un’altra indagine per estorsione e usura. Gli investigatori si trovarono a scoperchiare un giro di soldi e amicizie pericolose. Al centro la società legata al “Pepenero”, il cui nome, per ironia della sorte, era già un programma: “Calderone”. Il fallimento risale al 30 gennaio 2012 ed è dalla dettagliata relazione della curatrice Chiara Clementi che gli investigatori delle fiamme gialle ricostruiscono gli intricati rapporti economici-finanziari dei soggetti coinvolti e l’identità degli amministratori di fatto, nel corso dei quattro anni precedenti a crac.

Tutto ha infatti inizio l’11 luglio 2008 quando il notaio Parisio costituisce una società immobiliare, articolata in due fiduciarie, riconducibili a lui e alla moglie. La crisi del settore lo porta a fare i conti con qualcuno molto disinvolto nel prestare il denaro, ma poi altrettanto spregiudicato nel riprenderselo con gli interessi. Quello stesso giorno l’immobiliare del notaio acquista la “Calderone (già proprietà della famiglia Righetti) al costo di 13 milioni 500 mila euro. Versa 8 milioni 500 mila euro attraverso finanziamenti vari. Il restante debito di cinque milioni viene garantito ai venditori costituendo un pegno sulle quote dell’immobiliare. Ad amministrare la “sua” società, ricca di immobili e attività, il notaio piazza, nella ricostruzione dell’accusa, D’Ippolito, all’epoca mediatore creditizio legato in realtà a D’Agostino. Questi finisce per estromettere il professionista e subentrare a lui. Nel frattempo, per compensare il debito dei cinque milioni, senza incassare alcun corrispettivo e senza beneficio per le casse della società, una villa da 800mila euro torna a Barbara Righetti (ipotesi di bancarotta preferenziale). Al patrimonio della Calderone, allo stesso modo, viene sottratta l’azienda commerciale “Pepenero” per soli 50mila euro, in favore di un creditore della stessa famiglia riccionese (a titolo di accollo di un debito della precedente proprietà a ristoro del debito personale col notaio). Sulla cifra interviene poi l’Agenzia delle entrate portando l’importo della vendita, ritenuto non congruo, a 725mila euro. Sullo sfondo i vari prestanome. I sigilli al locale dovuti alla bancarotta, ne sanciscono la fine.

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