Riccione, “apro un locale a New York dopo stagioni da incubo”

Tito Pinton vola in America dove aprirà il “Musica New York”. La telefonata lo raggiunge quando è già in aeroporto, dove tra gli annunci gracchiati in sottofondo, è pronto ad imbarcarsi con più di una speranza in valigia sul volo che con scalo a Dubai lo porterà negli Stati Uniti, forse verso una nuova vita, di certo alla volta di una temporanea stabilità, senza «serate a singhiozzo e stagioni da incubo». Non usa giri di parole, il noto imprenditore veneto Tito Pinton, patròn del Musica nella Perla verde. «Ormai è tardi. Oggi (ieri ndr) parto e dopo la quarantena a Dubai, volerò a New York, dove aprirò il mio locale entro fine anno, probabilmente il 18 dicembre, in attesa del Capodanno nella Grande mela». Intanto esprime ai colleghi che rimangono nel Belpaese, la sua piena «solidarietà per il danno senza senso subito da un intero comparto, dove – sottolinea – si sono disperse e smarrite professionalità importanti, forse per sempre». Nelle luci ancora spente sul mondo della notte non riesce a «trovare una logica», ma gli resta la forza di invocare il «giusto risarcimento per tutti i professionisti messi in ginocchio in bilico tra crisi e confusione perenne». I dipendenti per la sua avventura “made in Usa”? «Comincerò a cercarli, forse già da Halloween in poi». Ma di certo non getta la spugna: «L’anno prossimo aprirò un locale anche a Milano», garantisce. Intanto ricorda che venerdì scorso era in Senato per un confronto con il Sottosegretario al ministero della Salute, Pierpaolo Sileri, che ritiene «l’unica persona che da Roma si sta occupando del mondo delle disco, «mentre gli altri politici non ne vogliono sapere, anzi neppure sanno di cosa parlano. E forse – ipotizza con amarezza – neppure interessa loro approfondire la conoscenza di un settore in difficoltà». Così si toglie qualche sassolino dalle scarpe: «Con l’evento del 19 giugno scorso, “The vibe is on” a San Marino, ho dimostrato che si può organizzare una grande serata in sicurezza. Del resto ne ho inanellate 8 con 20mila persone, senza neppure un contagiato». Eppure, punta il dito Pinton, «nessuno prende provvedimenti, mentre intere famiglie sono già rovinate». Così mentre si annaspa in cerca di una soluzione, lui non ha paura di incalzare: «Devono cominciare a metter mano al portafoglio, sa quanti rischiano la chiusura? Noi abbiamo aiutato la comunità, restando al palo, ma la comunità – conclude – non sta ancora aiutando noi».

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