Riccardo Gatti e la ceramica a 50 anni dalla morte

Cinquant’anni fa con la morte di Riccardo Gatti (Faenza 1886- 1972) la ceramica italiana perde uno dei suoi rappresentanti più dotati. Dopo gli studi ginnasiali si iscrive alla Scuola di arti e mestieri di Faenza ed entra a far parte del circolo culturale e artistico raccolto attorno a Domenico Baccarini con altri giovani talenti – Ercole Drei, Giovanni Guerrini, Pietro Melandri, Francesco Nonni, Domenico Rambelli, Orazio Toschi, Giuseppe Ugonia per citare i più conosciuti. Inizia a lavorare nella Fabbrica di Maioliche Minardi e già nel 1906 è presente alla Mostra di arti figurative a Faenza e due anni dopo viene premiato per la scultura all’Esposizione Torricelliana.
Nel 1909 prova a frequentare l’Accademia di belle arti di Firenze ma la situazione familiare non glielo permette così riprende a lavorare alla Minardi. Tenta di nuovo con la Scuola di nudo a Roma ma il richiamo alle armi con l’invio sul Carso nel 1915 interrompe il progetto. Torna a Faenza nel 1919, si impiega fino al 1924 alle Manifatture Ceramiche, l’ex Farina, poi alla Faventia Ars prima di aprire la Bottega Gatti e C. nel 1928.
Ottenuta la propria indipendenza, si avvicina al movimento futurista. Un’aderenza descritta e documentata da Claudia Casali in “La ceramica futurista in Romagna” nel catalogo edito da Silvana Editoriale (Cinisiello Balsamo) della straordinaria mostra “Romagna futurista” curata da Beatrice Buscaroli Fabbri con la collaborazione di Alessandro Ortenzi, presentata a San Marino nel 2006.
Gatti inizia a produrre ceramiche basate sui bozzetti di Giacomo Balla, Mario Guido Dal Monte, Gerardo Dottori, Remo Fabbri, Filippo Tommaso Marinetti e sua moglie Benedetta Cappa. Lui stesso modifica il proprio repertorio allineandolo ai dettami del movimento, realizzando la serie di manufatti col motivo della “Fortuna” al quale si rifà anche il bel “Vaso con cicogne” del Museo internazionale della ceramica (Mic) di Faenza. Con questa produzione partecipa all’Esposizione internazionale di Barcellona del 1929 e, con Tullio D’Albisola, a “Trentatré futuristi” a Milano. L’anno dopo consolida la collaborazione con Giò Ponti che lo porta a ulteriori rinnovamenti. Cambia le forme plastiche delle sculture, quelle dei vasi, dei piatti e di molte delle sue creazioni, modifica e arricchisce i decori e sperimenta nuove tecniche. Agli smalti opachi si aggiungono lustri e riflessi metallici che caratterizzeranno molti suoi lavori futuri. Sono gli anni delle partecipazioni alle Triennali di Milano e delle presenze nei concorsi e nelle esposizioni più significative in Italia e all’estero, dove ottiene premi e riconoscimenti come a Bologna del 1932, Parma nel 1933, Firenze nel 1934, Faenza e Parigi nel 1937, Berlino nel 1938 e ancora a Faenza nel 1942. Una partecipazione che continua nel dopoguerra a Faenza nel 1957, Vicenza nel 1959, Monaco nel 1960, dimostrando una formidabile ripresa produttiva, nuova e originale.
L’apprezzamento delle sue opere è largamente documentato dalla loro presenza nelle aste nazionali e internazionali, per essere ampiamente esposte al Mic di Faenza e, dal 1998, nel museo a lui dedicato dai familiari nella Bottega d’arte che porta il suo nome e ne prosegue l’attività.

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