Rianimazione Rimini, il primario: “Reggiamo, si teme nuova ondata”

RIMINI. Il dottor Giuseppe Nardi è direttore dell’Unità operativa di Anestesia e Rianimazione dell’ospedale Infermi. Qual è la situazione nel suo reparto?
«Rispetto a 15 giorni fa è radicalmente cambiata. Eravamo disperati, vedevamo montare la marea e non sapevamo se e quando si sarebbe arrestata. Ora, senza lasciarsi andare troppo all’ottimismo che sarebbe ingiustificato se poi la gente non continuasse a seguire l’isolamento, proprio grazie a queste misure prese posso dire che il contagio si è molto ridotto. In pronto soccorso gli accessi quotidiani sono diminuiti ed è calato il numero dei pazienti ricoverati in ospedale. In Rianimazione la situazione è diversa perchè mediamente i pazienti rimangono da 2 a 3 settimane quindi ci sono ancora tanti ricoverati in gravi condizioni anche se qualcuno è già stato estubato e a breve lo saranno altri pazienti».
Quali terapie seguite?
«Premetto che è la peggiore polmonite che abbia mai visto in 40 anni di carriera, con un’alta mortalità. Partiamo dal presupposto che nessuno ha la certezza dell’efficacia dei diversi trattamenti, noi avevamo iniziato con degli antivirali ma, come in tutti gli altri ospedali, ci siamo resi conto che avevano una efficacia limitata e potevano avere effetti collaterali importanti, quindi abbiamo smesso. Stiamo testando farmaci antinfiammatori che al momento sembrano efficaci nel ridurre la grave infiammazione che il Covid-19 comporta ma aspettiamo il risultato degli studi, per i quali ci vorranno giorni, per valutarne l’effetto».
Avete posti letto e dispositivi medici a sufficienza?
«Quando la marea saliva ogni giorno abbiamo creato ogni giorno nuovi posti letto con uno sforzo organizzativo colossale. Certo i primi tempi la situazione era drammatica, di notte organizzavamo, anche grazie all’aiuto dei tecnici, posti letto in nuove stanze, perchè le nostre erano piene. Adesso abbiamo 50 posti letto in Rianimazione contro i 15 iniziali e abbiamo le tecnologie che all’inizio scarseggiavamo grazie alle donazioni ricevute. Ma il limite negli acquisti era legato esclusivamente al fatto che questi strumenti non si trovavano sul mercato. Ora, devo sottolineare la generosità pazzesca che abbiamo ricevuto per avere tutto quello che ci mancava. E poi abbiamo recuperato tutto il materiale dagli ospedali della provincia, dove in molti casi sono state sospese le attività chirurgiche per portarlo a Rimini, da Riccione, Cattolica, Novafeltria».
Quanti anni hanno i pazienti attualmente ricoverati in Rianimazione? Ci sono bambini?
«Nessun bambino ma l’età è scesa, ad oggi dai 30 ai 60-65 anni. Il più giovane ricoverato in ospedale, ma non in Rianimazione, ha 22 anni. Meno anziani dunque ma questo è dovuto sicuramente alle regole di isolamento che hanno per primo evitato che gli anziani uscissero e poi che venissero contagiati. È la carta vincente, non dobbiamo assolutamente allentare la presa. Anche a Rimini come nel resto d’Italia ci sono meno donne ammalate, ad esempio in questo momento in Rianimazione sono quasi tutti uomini, e ci sono più donne tra i guariti».
Il personale come sta reagendo?
«Ci sono 200 persone che lavorano in questa gigantesca Rianimazione e vengono da tutti gli ospedali del Riminese, molti infermieri di sala operatoria. Siamo tutti stanchissimi, c’è chi dal 1° marzo non ha fatto un giorno di riposo ma l’umore è alto, vedono i risultati dei loro sforzi, sono contenti di lavorare per un obiettivo e a favore della collettività. C’è un trasporto mai visto prima, nessuno si lamenta, nessuno sottolinea se lavora più ore di altri, partecipano tutti con il cuore a questa battaglia con grande solidarietà in un modo mai visto prima».
Ci sono medici o infermieri positivi al coronavirus?
«No, nessuno si è ammalato in ospedale, c’è qualcuno che è in isolamento per contagi con familiari. All’inizio abbiamo avuto tanta paura, inutile negarlo, i dispositivi medici erano contati, la malattia è bruttissima e ha un’altissima contagiosità. Per fortuna noi siamo sempre stati protetti. Facciamo controlli continui, ognuno di noi guarda l’altro per verificare che vengano attuati tutti i protocolli per evitare il contagio. Anche se all’inizio abbiamo fatti degli errori questi per fortuna non hanno avuto conseguenza, a differenza di altre realtà ospedaliere dove il 50 per cento del personale è stato contagiato».
C’è ancora qualcosa che vi manca?
«Sono sincero abbiamo ricevuto tantissime cose che ci servivano ma se questa epidemia dovesse andare avanti, se ci dovesse essere una seconda ondata come tutti temono, allora ci servirebbero altri ventilatori e strumenti di intubazione ma al momento come strumenti non ci manca niente. Ad oggi abbiamo avuto una marea di doni dalla popolazione, una cosa entusiasmante che ci ha permesso di fare fronte allo tsunami e garantire cure adeguate, con i tempi tecnici degli acquisti diretti non sarebbe stato così, un grande grazie a tutti. Ci sono piccole cose per i pazienti che potrebbero servire, ad esempio delle palline antistress o dei cuscini per girarli…».
Come funziona il percorso di ripresa, una volta usciti dalla Rianimazione cosa succede?
«La ripresa muscolare è lenta. Da quando stacchiamo il ventilatore rimangono in Rianimazione ancora qualche giorno in una stanza apposita dove, ad esempio, chiudiamo le tracheostomie fatte in fase acuta per farli respirare. Poi li trasferiamo al sesto piano dove vengono seguiti da un apposito team di cardiologici che fanno riabilitazione cardiorespiratoria. Poi quando hanno superato questa fase e non sono ritenuti più a rischio vita vengono trasferiti in altre strutture per qualche giorno di degenza in attesa di diventare negativi. E in questa fase è necessario il supporto dei fisioterapisti che ogni giorno vengono a fare esercizi perchè i pazienti hanno enorme bisogno di riabilitazione motoria. Teniamo presente che per due, tre settimane rimangono paralizzati per aiutarli nella respirazione quindi il bisogno di ripresa neuromuscolare è enorme come è enorme il supporto psicologico. Anche qui un encomio agli psicologici che aiutano molto anche noi. Soprattutto nella prima fase c’erano medici e infermieri che uscivano dal turno stravolti, piangevano a dirotto. Ma soprattutto sono i pazienti ora ad avere bisogno di aiuto, hanno visto la morte in faccia, si svegliano terrorizzati, ci vedono con le tute bianche con i caschi, non capiscono dove sono. Cerchiamo di metterli in contatto con i familiari appena si svegliano attraverso dei tablet anche questi frutto di donazione, anche se ancora non riescono a parlare, e questo li aiuta molto».
«Vorrei approfittare per un ringraziamento a tutto il team di medici e infermieri, sono fantastici e in questo favoloso team vorrei citare due persone che si sono distinte per abnegazione, nonostante abbiano famiglia e figli non sono mai andate a casa in un mese: sono Antonella Potalivo responsabile della Rianimazione e Francesca Facondini, due angeli impagabili senza i quali non avrei potuto fare nulla».

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