“Redenzione” della regista ravennate Maria Martinelli al Tff

È il ritorno alla fiction della regista ravennate Maria Martinelli, ed è stato selezionato dal festival di Torino, dove è stato accolto in modo caloroso. Si chiama “Redenzione”, ed è un lungometraggio che narra l’amore e gli errori commessi da una donna che cerca la propria verità, mentre si trova a condividere un rifugio in montagna con il suo amante. La marca della pellicola è fortemente romagnola: anche il testo da cui è stata tratta la sceneggiatura, infatti, è opera di un ravennate. “Redenzione” è liberamente ispirato al romanzo di Franco Calandrini “Corpi estratti dalle macerie”, che verrà rieditato da Clown Bianco Edizioni all’inizio 2023.
Martinelli, il suo “Redenzione” ha una gestazione molto legata alla sua città di provenienza…
«Sì, la lavorazione è sostanzialmente tutta su Ravenna. Abbiamo un approccio glocal. Perché crediamo nel territorio e contemporaneamente spingiamo sull’internazionalità. E il territorio in qualche modo dimostra di credere in noi, visto il sostegno non solo del Comune, ma anche dalla Film Commission Regione Emilia-Romagna».
Sembra per questo quasi un elemento di destino che il ritorno alla fiction, dopo una prolungata fase dedicate alla documentaristica, passasse per la collaborazione con un ravennate come Franco Calandrini. Non le sembra?
«Io e Franco abbiamo raccolto le forze, per quella che è stata una lunga gestazione. Sulla quale siamo stati molto aiutati. soprattutto da Natalia Guerrieri, in un lavoro di squadra che è stato prezioso per giungere alla sceneggiatura che volevamo».
Forse per portare sul grande schermo una storia che indaga in profondità il vissuto interiore di una donna, era la collaborazione giusta. È così?
«Certamente “Redenzione” va incontro a quella che io vivo come una mission, cioè raccontare i profili e le problematiche nascoste del femminile. Anche nella presentazione che abbiamo fatto a Torino questo aspetto è emerso, ma penso che il tratto più distintivo sia l’indugiare filosofico sul tema della scelta».
E per rendere questo conflitto interiore deve essere stata fondamentale una scelta, cioè quella della protagonista…
«Abbiamo voluto Marina Savino con forza, dopo un casting lunghissimo, durante il quale eravamo timorosi di non trovare il profilo giusto. Invece siamo stati felici della sua splendida interpretazione, per un’attrice che è esordiente nell’ambito cinematografico».
Ritiene che la formazione teatrale della protagonista abbia influito nella riuscita nel rendere il tratto così intimo che il testo richiedeva?
«È possibile, quel che è certo è che con Marina abbiamo lavorato su una recitazione molto cinematografica e che per lei è stato davvero un viaggio nell’interiore del personaggio. E il valore che lei ha restituito si deve non poco anche all’intesa e alla bravura di Matteo Cremon. L’amore fra i due e le domande circa il loro rapporto sono un tratto fondamentale del film».
Ha parlato prima del dialogo scaturito sulla sua opera a Torino. Come vi siete sentiti accolti, in quella che peraltro è la 40ª edizione del Festival?
«Calorosamente. È stato un enorme piacere tornare in un festival internazionale, attento al cinema indipendente, in questo momento guidato da uno dei direttori artistici più visionari della sua storia, Steve Della Casa. Li ringraziamo per averci fatti sentire a casa, anche perché il cinema Romano ha una concezione che amiamo molto, per noi un modello».
Dopo Torino, quando potremo apprezzare “Redenzione” in Romagna?
«Bisognerà pazientare un po’. Girerà vari festival e poi lo potremo vedere al Nightmare film festival nel prossimo autunno».

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