CESENA. È un poeta dalla voce intensa e toccante. Vive a Cesena, appartato e schivo e raramente lo si vede in pubblico, per fortuna pubblica molto e ogni tanto lo si ascolta su Rai Radio 3. Ciò fa accrescere la sua aura che nasce da lontano, da quando fondò la rivista “Sul Porto”, e la curò collaborando continuativamente con Benzoni, Sereni, Caproni, Pasolini.
Parliamo di Stefano Simoncelli, l’autore di Cesenatico che, dopo gli esordi, nell’81, ha sempre continuato a comporre versi e ha al suo attivo diverse sillogi tra cui “Poesie d’avventura” (1989), “Giocavo all’ala” (2004), “La rissa degli angeli” (2006), “Terza copia del gelo” (2012), “Hotel degli introvabili” (2014). Ed è del 2020 l’ultima raccolta “A beneficio degli assenti”.
Questa sera è alla Corte Dandini di Cesena dalle 18, dove si terrà un suo reading.
La rivista “Sul Porto”, a cui ha dato vita tra gli anni Settanta e inizio Ottanta, è considerata una delle espressioni culturali più vivaci della nostra regione, tesa a conciliare un assunto poetico di stampo antiaccademico con importanti riflessioni di matrice socio-politica. Come definirebbe oggi quell’esperienza?
«Non credo che un’esperienza come la nostra di “Sul Porto” possa essere riproposta in questi tempi. Ci sono state delle concomitanze storiche e letterarie favorevoli a che nascesse, nel senso che venivamo dal ’68 e dalla fine della Neoavanguardia. Soprattutto quest’ultima era contro la poesia della tradizione, la consideravano morta e sepolta, e i cosiddetti “compagni” volevano mandare i poeti a zappare. Noi desideravamo semplicemente continuare a scrivere poesie d’amore in tempi, come aveva scritto Bertold Brecht, in cui parlare d’alberi era un delitto. In più c’era una forte volontà e desiderio di stare insieme, conoscerci fino in fondo e volerci bene. Ecco, credo che soprattutto il volerci bene sia stata la spinta decisiva e fondamentale che ha fatto nascere e crescere “Sul Porto”. Senz’altro non pensavamo di creare una cosa che negli anni sarebbe diventata importante. Adesso ci scrivono sopra tesi di laurea ed è diventata una specie di “cult”. La cosa mi meraviglia e stupisce, ma naturalmente mi fa molto piacere».
Prima di parlare del suo ultimo libro guardiamo indietro. Qual è stata la sua chiamata alla poesia?
«Mia madre era sarta e comprava ogni settimana “Grazia” da dove prendeva idee e spunti. All’interno c’era una piccola rubrica dedicata alla poesia. Lì ho letto all’età di 12-13 anni alcune composizioni di Garcia Lorca, Machado e un giorno, per me fondamentale e fatidico, un poeta italiano, Alfonso Gatto, che mi fulminò letteralmente. Ho cominciato a scrivere dei calchi dei suo versi e non ho ancora smesso, non di fare calchi o almeno spero, ma di scrivere. Alfonso poi è diventato un grande amico e collaboratore di “Sul Porto”. Era destino».
L’infanzia che ha sempre un forte imprinting su tutti, ha giocato un ruolo nel suo modo di esprimersi?
«Sono stato un bambino tormentato, spesso ammalato, solitario e di conseguenza visionario nel senso che mi inventavo e vedevo gli amici in un cortile senza sole e che puzzava di alghe morte. Sono stato per fortuna molto amato dai miei genitori che ho fortemente contraccambiato. Credo che qui ci sia la matrice della mia poesia».
Perché la composizione poetica e non la prosa? E perché in italiano e non in dialetto?
«Sinceramente non so perché abbia scelto la poesia e non la prosa, l’italiano e non il dialetto che si parlava in casa, per esprimere quello che sentivo dentro. Sono state scelte d’istinto e non ragionate. Forse mi ha attratto di più la sintesi e la lingua che conoscevo meglio. Credo sia andata così».
Nella sua vita che posto ha la poesia e il suo rapporto con la scrittura è cambiato negli anni?
«La poesia ha un ruolo fondamentale nella mia vita. Non c’è giorno che non provi a scrivere qualcosa da conservare o cestinare, ma qualcosa sempre. Col tempo è diventata, come scrive Robert Lowell, uno dei miei principali maestri, “un’ossessione”».
Pensa di avere dei debiti di riconoscenza nei confronti della sua terra? Come sente e vive la Romagna? Crede che un poeta possa anche sentirsi un apolide?
«Un poeta, un vero poeta è sempre apolide, ma io ho forti debiti anche con la mia terra in cui sono nati dei grandi poeti come Giovanni Pascoli, Marino Moretti, Raffaello Baldini. Nino Pedretti e un fenomenale regista come Fellini. Baldini è senz’altro uno dei più grandi e importanti poeti del secolo scorso, un genio che purtroppo ho incontrato solo una volta».
La vita offre continuamente spunti di indagine e introspezione, quali ritiene determinanti?
«Ho sempre scritto soltanto della mia vita, dei miei genitori, amori e amici. Non sono mai andato oltre il mio piccolo cortile. Lì dentro c’era tanto da scoprire, imparare e vivere. Non ho mai avuto bisogno di altro, né ho cercato altro. La poesia mi ha aiutato a conoscermi un po’ meglio e non abbiamo ancora finito. Un’esperienza interessante».
Dentro una quotidianità spesso ripetitiva e priva di folgorazioni cosa fa muovere la parola poetica?
«Questa è una domanda cui è difficile rispondere. Cos’è la poesia? Ci hanno provato in molti a rispondere. La poesia è un linguaggio diverso da quello che parliamo normalmente e rimane un mistero come la nascita, il perché siamo qui e la morte punti cardine su cui ruota da sempre la poesia migliore».
Quali autori ha amato i più e chi l’ha maggiormente influenzata?
«Sono molti i poeti che ho amato e considero i miei “Maestri” con la emme maiuscola. Naturalmente Dante che ho scoperto al liceo grazie alle straordinarie lezioni del professor Ricci che non finirò mai di ringraziare. Poi senza dubbio gli amici e grandi poeti come Vittorio Sereni. Giorgio Caproni, Alfonso Gatto, Giovanni Raboni, Giovanni Giudici, Franco Fortini, Giorgio Orelli, Fernando Bandini, insomma i più importanti poeti del secolo detto breve. Per gli stranieri Robert Lowell, Mandels’stam, Brodskij, Holan, Celan, e altri. Fanno parte di un’enorme costellazione dove tutti, chi con più e chi con meno forza, contribuiscono a fare risplendere la luce della poesia che è fondamentale come le api per la vita degli uomini. Se scompaiono le api e la poesia scompare l’uomo».
Se oggi dovesse consigliare a un giovane la lettura e l’approfondimento di uno o due poeti, chi suggerirebbe?
«Senza alcun dubbio Vittorio Sereni».
Lei nonostante le numerose raccolte e la notorietà vive in modo piuttosto schivo e appartato, perché?
«Penso sinceramente che un poeta debba curare molto di più la sua poesia che la carriera di poeta. Non ho mai scritto per essere famoso, pubblicato da grandi case editrici e premiato, anche se premi ne ho vinti (recentemente mi hanno comunicato che mi hanno assegnato “Il Giorgio Orelli/Bellinzona” un premio importante e prestigioso). Ho scritto perché non ne potevo fare a meno e per cercare di conoscere meglio chi sono. Questo lavoro interiore richiede molta concentrazione, tempo, solitudine e silenzio. La carriera toglie tutto questo e anche molto del valore della poesia».
Veniamo ai contenuti della sua poesia. Rimandano abbastanza frequentemente alla perdita o al distacco delle persone care e il tema della memoria è sempre presente come necessità di vita.
«Ho scritto soltanto e sempre delle persone che ho amato e continuerò a farlo se me ne verrà concesso il tempo e la lucidità. È una mia esigenza interiore molto forte di cui non posso fare a meno, è la mia energia primaria di vita».
È appena uscito, sempre con Pequod, “A beneficio degli assenti” e vi si coglie un’intensità che commuove.
«Scrivendo, fin dall’inizio, ho sempre cercato di coinvolgere un eventuale lettore portandogli la mia esperienza di vita e testimonianza. Ho scelto un linguaggio semplice, basso, comprensibile a tutti o quasi. Raggiungere questo è una cosa difficilissima. Scrivere semplice è, mi perdoni se mi contraddico, molto complicato. Mi è capitato di essere stato avvicinato da persone al termine di qualche lettura che mi hanno detto: “Lei è riuscito a dire cose che sentivo dentro, ma che non trovavo le parole per esprimerle”. Ecco, quando si raggiunge questo è il massimo della soddisfazione e vale la pena scrivere poesie anche se non cambiano mai niente».
Ritiene che un libro una volta stampato non le appartenga più?
«Una volta pubblicato il libro finisce di essere esclusivamente tuo e va per il mondo incontro agli altri. È un po’ come un figlio che allevi, educhi, e poi a un certo punto se ne va a costruire la sua vita. Bisogna lasciarlo andare continuando ad amarlo».
Quali progetti ha ora? L’opera omnia?
«Progetti? Continuare a vivere, amare e naturalmente scrivere. Ci vuole salute e fortuna. Poi i libri arrivano e forse anche l’opera omnia, ma non la sento come un’urgenza e esigenza immediata, anche se ho avuto proposte in merito».

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