Un ravennate nel “treno” del futuro

Un ravennate nel "treno" del futuro

RAVENNA. Innovazione e velocità, impossibile pensare che queste non saranno le due parole che più di tutte caratterizzeranno il ventunesimo secolo, una volta che sarà definitivamente archiviato nelle pagine dei libri di storia. Difficile allora ipotizzare qualcosa di più veloce e innovativo, anche in termini materiali, del progetto Hyperloop, un’idea di tecnologia futuribile per il trasporto ad alta velocità di merci e passeggeri all’interno di tubi a bassa pressione, in cui le capsule sono spinte da motori a induzione lineare o comuni motori elettrici e compressori d’aria. Buttate quindi all’aria tutte le idee sui mezzi di trasporto e provate a pensare alla possibilità di chiudere i treni in un container per far spazio a un mezzo che si è messo in testa di viaggiare a 1.200 chilometri orari.
Fatte queste premesse, da quest’anno un pezzo di questo ambizioso progetto a livello planetario parla anche un po’ ravennate grazie al ventenne Mattia Strocchi. Giovane ambizioso, studente di ingegneria informatica all’università TU Delft in Olanda, Mattia da quattro mesi è entrato nello staff di “Delft Hyperloop”, il dream team dell’università olandese che partecipa alla competizione ideata quattro anni fa niente meno che da Elon Musk. Se nel mondo dal 2013 si parla di Hyperloop lo si deve infatti proprio al visionario imprenditore sudafricano, fondatore di aziende di successo quali SpaceX, Tesla, SolarCity, The Boring Company e cofondatore di PayPal e OpenAl.
Musk – l’uomo dei sogni impossibili che nelle sua mani diventano realtà – sette anni fa lanciò nello stagno un sasso: il progetto Hyperloop. Un’altra delle sue stranezze? È stato il pensiero comune. In realtà ha dato il “la” a un altro dei propositi forse più innovativi del secolo. Quattro anni fa l’idea di realizzare un contest a livello mondiale, nel quale tutte le università sono chiamate a progettare i loro “Pod” da lanciare nei tunnel a massima velocità. Un modo per Musk, senza troppo girarci intorno, di “sfruttare” le migliori menti del pianeta a costo zero e facendole pure divertire (non per niente è anche anche un grande canale di recruiting per le sue aziende).
Questione di software
Mattia Strocchi, partito due anni fa da Ravenna al termine dei suoi studi all’Itis Nullo Baldini, è ben presto approdato a TU Delft, una delle migliori dieci università in Europa nel campo dell’ingegneria. E dopo il primo anno di studi, ora si trova già all’interno di uno dei progetti più interessanti che vi siano al mondo. Il suo lavoro è quello di “software engineer”, ovvero scrivere il codice per l’algoritmo che controlla il l’Hyperloop. «Devo studiare ed elaborare la gestione dei sensori, le telemetrie in real time e il processo decisionale della capsula», racconta dalla sua casa in Olanda, dove vive muovendosi rigorosamente in bicicletta. «Pioggia o sole non c’è differenza, qui l’auto praticamente non esiste».
Ciò che dispiace, ma forse nemmeno troppo vista la situazione lavoro in Italia, è che il 20enne ravennate Strocchi è sempre più convinto che il suo futuro sarà all’estero. È insomma uno di quei “cervelli in fuga” di cui si sente spesso parlare, e di cui forse un giorno il nostro paese inizierà a sentire finalmente la mancanza. «La differenza è netta – dice -. Qui vivo ogni giorno una realtà internazionale, mi confronto con giovani studenti che provengono da ogni parte del mondo e l’università è davvero fantastica. C’è tutto, da una galleria del vento supersonica a un reattore nucleare. E poi i laboratori, nel momento in cui ti mostri interessato, sono accessibili senza troppi ostacoli. Insomma, c’è quello che serve per venire ispirati al grande futuro che ci aspetta».

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