Visite in 2 minuti e malattie fantasma per certificati anti rimpatrio. Ma i medici di Ravenna sapevano dei reati

Visite durate 2 minuti senza nemmeno togliersi il cappotto. Patologie fantasma. Risposte suggerite dai medici ai pazienti accompagnati dalla Questura, per dichiararli alla fine inidonei ai centri di detenzione per l’espulsione. Eppure era nell’aria tra i corridoi del reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna che alcuni degli stranieri irregolari rimasti in città perché certificati come non idonei ai Centri di permanenza per il rimpatrio avessero commesso nuovi reati una volta tornati liberi. Nonostante ciò, il boicottaggio del sistema della detenzione amministrativa sarebbe diventato sistemico. Dagli iniziali contatti con la Società italiana medicina delle migrazioni fin dall’aprile del 2024, quando una delle indagate tenta di coinvolgere colleghi di altri reparti scrivendo “noi stiamo aderendo alla campagna no ai Cpr”, gli 8 infettivologi sotto inchiesta avrebbero messo a punto negli ultimi mesi una vera e propria “strategia”. Questa l’ipotesi della Procura, che ha chiesto la sospensione di un anno per tutti, accusandoli di concorso in falso ideologico in continuazione e interruzione di pubblico servizio.

C’è un dato nei documenti esaminati dalla Squadra mobile dopo la perquisizione in corsia che è senz’altro suggestivo: tra il 10 settembre del 2025 e il 16 gennaio 2026 nessun irregolare sottoposto a visita medica è più stato ritenuto idoneo alla vita in comunità ristretta. Il totale è ormai noto: in 16 mesi, 34 su 64 stranieri sono stati dichiarati non adatti ai Cpr con visite ritenute fittizie, e 10 avrebbero rifiutato (sempre stando ai referti) di sottoporsi al controllo sanitario.

La chat col nome in arabo

Risale alla sera del 2 dicembre scorso una chat tra due dottoresse indagate, individuata dagli inquirenti cercando fra le parole chiave “Cpr”. Una di loro ha come nome uno pseudonimo italiano seguito da una scritta in arabo e la dicitura finale “Infettivi Ravenna”; chiede all’altra se avesse notizie su uno straniero che doveva essere mandato al Cpr e che aveva commesso una rapina a mano armata.

In quel periodo il timore che la Questura stesse indagando sui certificati era più che un sospetto. Nei gruppi vengono diffusi link e file di chi si sta informando sulle possibili ripercussioni. “Perché firmare l’inidoneità alla vita in comunità ristretta per la convalida del trattenimento in Cpr e cosa comporta”. Il documento viene condiviso e i colleghi del gruppo ringraziano. “Per me la cosa dei Cpr è molto chiara - commenta una dottoressa - e ormai ci siamo dentro da così tanto...”. E aggiunge, “è vero che è una rottura, ma la scelta è puramente etica. Noi avremo dato più di 20 inidoneità e non è successo niente. La cosa importante è essere uniti e non succede nulla”.

Risposte suggerite

Per 11 volte una delle infettivologhe sotto inchiesta visita lo stesso straniero per il collocamento presso un Cpr e per altrettante volte nega l’idoneità. Ed è la stessa che, di fronte alla possibilità ipotizzata da una collega di rifiutarsi di effettuare le visite (“dove sta scritto che dobbiamo vederli noi?”) ribatte, “ah, no è importante che li vediamo noi perché così noi gli neghiamo l’autorizzazione, invece altri non so se la rischiano”. Ed ecco le visite come si svolgevano, per quanto finora ricostruito dalle indagini coordinate dal procuratore capo Daniele Barberini e dal pm Angela Scorza. Risposte indotte, come nel caso di uno straniero “imbeccato” con gesti e movimenti del capo per suggerire le risposte dalla dottoressa che lo aveva ripetutamente visitato in precedenza. Un mero colloquio per sottoscrivere un referto nel quale si affermava che le verifiche erano incomplete, ipotizzando la possibilità che l’uomo avesse la scabbia, ma senza effettuare esami specifici. Così la visita si conclude in 2 minuti appena. E il paziente viene liquidato con un referto di non idoneità per mancanza di visita dermatologica, senza nemmeno essersi sfilato il cappotto.

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