Veterinario condannato. Il giudice: «Eutanasie senza diagnosi. Guerra accontentò i proprietari»

Ravenna

Animali soppressi con una decisione presa «su due piedi», dopo una telefonata, per «togliere» ai proprietari «il “fastidio” di un cane anziano e sofferente». È uno dei passaggi più duri della sentenza con cui il giudice Piervittorio Farinella ha condannato il veterinario ravennate Mauro Guerra a 4 anni e 2 mesi di reclusione. Una sentenza che ricostruisce in 171 pagine il maxi processo, partendo dalle contestate eutanasie irregolari di cani e altri episodi legati all’attività professionale, arrivando a fissare un principio deontologico e giuridico preciso: il veterinario non può limitarsi a eseguire la volontà del proprietario quando gli viene chiesto di sopprimere un animale.

«Fu un semplice esecutore»

Il cuore della sentenza riguarda proprio le eutanasie. Per il giudice, «in nessun caso il veterinario può essere un semplice esecutore della volontà del proprietario»: è «titolare esclusivo della decisione eutanasica» e deve essere lui a valutare se esistano i presupposti per arrivare alla soppressione. La semplice presenza di una patologia grave, in definitiva, non basta. Occorre verificare anche l’incurabilità e, soprattutto, che non siano praticabili cure in grado di garantire all’animale condizioni di vita dignitose.

È su questo terreno che la sentenza prende in esame i casi di Susi, Kia, Shari, Ronny e Rambo. In tutti gli episodi ricostruiti dal tribunale mancava una documentazione sanitaria ritenuta sufficiente a dimostrare che Guerra avesse effettuato diagnosi, accertamenti clinici e prognosi prima di procedere all’eutanasia. Le annotazioni “Tanax” nelle sue agende, i tabulati telefonici, le chat, l’anagrafe canina e le dichiarazioni dei proprietari hanno consentito agli investigatori di ricostruire gli interventi. Ma, secondo il giudice, le condizioni raccontate dagli stessi clienti non potevano sostituire la valutazione professionale del veterinario.

Il «fastidio» di un cane anziano

E’ il caso di Balto quello nel quale il magistrato giudicante utilizza le parole più dure. Il labrador, anziano e debilitato, era stato trovato in un prato e portato dal veterinario. Per il tribunale non vi era però una condizione clinicamente accertata di irreversibilità: il cane manifestava ancora «significativi segni vitali» e non era stato effettuato «nessun serio accertamento diagnostico». La decisione di effettuare “la puntura” venne presa «per telefono e, si può dire, su due piedi», secondo il giudice «evidentemente al solo scopo di accontentare i proprietari e togliere loro il “fastidio” di un cane anziano e sofferente».

E proprio da questo episodio, nel 2020, prese piede l’intera inchiesta. Dopo il primo intervento della Polizia locale, Guerra aveva inviato una comunicazione nella quale attestava una situazione di paresi e soprattutto l’irreversibilità della patologia. Per il tribunale quell’attestazione appare - scrive il giudice - «ideologicamente falsa e finalizzata a precostituirsi una giustificazione in previsione di future contestazioni».

«Non fece l’anestesia»

Le modalità con le quali venivano effettuate le eutanasie poi, rappresentano un altro asse portante delle accuse di maltrattamenti e uccisioni di animali. Il Tanax, osserva la sentenza richiamando i consulenti, deve essere preceduto da un’anestesia generale profonda, per evitare che l’animale percepisca la paralisi della muscolatura con un effetto descritto durante il processo come simile all’annegamento. Guerra aveva acquistato 19 confezioni di Tanax in 23 mesi, mentre nell’ambulatorio risultava un solo flacone di ketamina. Da qui la conclusione riportata dalla sentenza: le soppressioni esaminate risultano «con ogni verosimiglianza» eseguite senza una preventiva anestesia. «L’imputato, nei casi in esame, non procedette a somministrare l’anestesia agli animali, prima di sopprimerli». Il conteggio finale parla di 10 animali uccisi con questa modalità.

Le condizioni dell’ambulatorio

Le motivazioni prendono inoltre in esame le condizioni dell’ambulatorio e la gestione dei medicinali. Gli atti descrivono farmaci sparsi anche in bagno, strumenti chirurgici con incrostazioni e l’assenza di una sterilizzatrice o di un’autoclave, con una pentola a pressione utilizzata per la sterilizzazione. Viene poi affrontata la presenza di consistenti quantità di farmaci a uso umano, non adeguatamente giustificata dalla documentazione disponibile e ritenuta incompatibile con una normale scorta professionale.

La pena conclusiva è dunque quella di una condanna a 4 anni e 2 mesi (il pm Marilù Gattelli ne aveva chiesti oltre 13), ma soprattutto di una professione veterinaria dalla quale Guerra viene interdetto per 3 anni. Si aggiungonopoi 5 anni di interdizione dai pubblici uffici oltre alla confisca dell’ambulatorio di Sant’Antonio, in via Pile. Nel frattempo, il veterinario - assistito dagli avvocati Claudio Maruzzi e Antonio Vincenzi - è stato radiato dall’Ordine professionale. Decisione divenuta definitiva a febbraio, in anticipo di qualche giorno sulla condanna di primo grado.

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