Stava fumando una sigaretta in bagno. Sono bastati alcuni getti di deodorante spruzzati dall’altra parte della porta per far saltare tutto per aria. Che fosse uno scherzo di cattivo gusto oppure un modo non ortodosso per rimproverare la trasgressione al canonico divieto di accendere sigarette nei luoghi di lavoro non è dato saperlo, per ora. Quel che è certo è che nell’esplosione terribile avvenuta in una concessionaria d’auto di Ravenna il 2 luglio del 2021 per poco non ci scappò il morto.
Per quell’episodio il capo-officina, oggi 51enne, deve rispondere di lesioni colpose aggravate dalla prognosi riportata dal sottoposto, un meccanico di 49 anni, ben superiore agli iniziali 40 giorni diagnosticati in ospedale.
L’esplosione
Quanto accaduto quel giorno è stato ricostruito a suo tempo dalle indagini che avevano portato il sostituto procuratore Angela Scorza ad escludere l’ipotesi dell’infortunio sul lavoro. La vittima si assentò per recarsi al bagno, situato in un piccolo spazio cieco dotato di una ventola, fuori dall’officina. Trascorsi alcuni minuti, il superiore - ora assistito dagli avvocati Giovanni Scudellari e Valentina Fussi - si avvicinò alla porta con una bomboletta spray igienizzante per auto, un prodotto ad alta concentrazione altamente infiammabile. Avrebbe spruzzato almeno due volte, una dal buco della serratura e una dall’intercapedine inferiore. Dall’altra parte, il collega non avrebbe fatto in tempo a gettare il mozzicone. Nella deflagrazione saltò via l’accesso della toilette, mentre il 49enne ne uscì avvolto dalle fiamme.
Nessuna ambulanza
In azienda non arrivò alcun mezzo di soccorso. Fu il capo officina a portare il ferito in ospedale, forse temendo che l’intervento del 118 avrebbe comportato ripercussioni disciplinari nei suoi confronti. Su questo aspetto insiste la difesa della vittima - costituita parte civile con l’avvocato Biagio Madonna -. Un trasporto tempestivo al Centro grandi ustionati avrebbe probabilmente limitato i danni, diagnosticati in ustioni di secondo grado per il 15% superficiali e per il 20% in profondità, coinvolgendo volto, parte del cranio, collo, mani e gambe.
Rimpallo tra giudici
Concluse le indagini e classificato l’episodio come lesioni colpose, il processo era stato incardinato davanti al giudice di pace; che tuttavia, esaurita l’istruttoria, il giorno della discussione si è dichiarato incompetente ritenendo che dovesse essere contestata la fattispecie delle lesioni sul luogo di lavoro. Tutto è passato quindi al tribunale monocratico, dove martedì il giudice Cosimo Pedullà ha emesso una nuova ordinanza che di fatto contraddice la valutazione del gdp. Il magistrato esclude nuovamente l’ipotesi aggravante del luogo di lavoro, come inizialmente ipotizzato dal pm. L’invito alla procura è di tornare proprio all’iniziale capo d’accusa, pur con l’aggravante dettata dalla gravità delle lesioni. Imputazione questa che dovrebbe portare a un nuovo dibattimento.