Il foglio di via è illegittimo e va dunque annullato: l’attivista per la Palestina vince un primo duello con la Questura, che l’aveva inserita nella lista delle 32 persone denunciate per blocco stradale all’indomani della protesta del 28 novembre dell’anno scorso, quando un gruppo di manifestanti, nel corso della giornata di sciopero indetta dall’Unione sindacale di base in risposta alla «finanziaria di guerra» del Governo Meloni, si era posizionato all’ingresso del Terminal container impedendo per due ore l’ingresso e l’uscita di mezzi pesanti. Un inedito per Ravenna, trattandosi della prima applicazione locale del Decreto Sicurezza che proprio nel 2025 ha introdotto la nuova fattispecie di reato di blocco stradale. L’azione dimostrativa degli attivisti era giunta al culmine di un periodo di accese proteste contro gli scambi di materiale esplosivo o ad uso bellico con Israele, che vedevano nel porto ravennate una tappa di riferimento. Tanto che si ricorderà come alcuni lavoratori portuali avessero levato la propria voce per denunciare quella che viene chiamata «economia del genocidio», intessendo anche un dialogo con la relatrice Onu Francesca Albanese.
Ma ora, se il procedimento penale - ancora in fase di indagini preliminari - andrà avanti seguendo il suo corso per i 32 soggetti denunciati, sul piano della giustizia amministrativa l’attivista si aggiudica in solitaria un punto importante: il Tribunale amministrativo regionale ha accolto il suo ricorso, presentato tramite l’avvocata bolognese Marina Prosperi, esperta di diritti umani, annullando il foglio di via che avrebbe dovuto tenere per un anno la donna lontana da Ravenna. Il provvedimento, si legge nella sentenza appena pubblicata, era stato emesso da viale Berlinguer anche alla luce di «altri precedenti di polizia per reati contro la persona, il patrimonio, la pubblica amministrazione e per violazioni del Tulps». Inoltre, faceva notare la polizia di Stato, la donna sarebbe stata «controllata numerose volte con persone con precedenti penali e di polizia». Secondo l’attivista, però, l’atto sarebbe stato viziato da una genericità eccessiva in merito ad esempio alle denunce a suo carico o alla tipologia dei controlli di cui era stata oggetto. E, soprattutto, per emettere il foglio di via sarebbe mancato il presupposto fondamentale della prova che l’attivista sarebbe dedita alla commissione di reati contro la pubblica sicurezza. Tuttavia, scrivono i giudici del Tar nella sentenza, in questo caso «non risultano adeguatamente indicati né dimostrati i presupposti richiesti dalla normativa per adottare il provvedimento in questione». Anzi, addirittura «non risultano a carico della ricorrente precedenti penali», mentre «la mera menzione» di querele, definita oltretutto «estremamente generica», manca della «necessaria specificazione di quali denunce siano state rilevate, per quali condotte illecite, in quali luoghi e date», e quindi «non è sufficiente a denotare la consolidata propensione alla commissione di reati» della donna. E i riferimenti ai controlli durante i quali sarebbe stata identificata in compagnia di pregiudicati? Anche questi, recita la sentenza del Tar, risultano «non significativi» e «completamente avulsi dalle circostanze concrete».
L’esito amministrativo non incide sul profilo penale della vicenda, per il quale i 32 indagati possono contare sulla mobilitazione di un’ampia rete regionale e nazionale nell’orbita del mondo antagonista e di sinistra: sulla piattaforma Change.Org una petizione lanciata a dicembre per supportare gli attivisti continua a collezionare sottoscrizioni e ha ormai superato quota 2.500. Ma si fanno avanti anche iniziative concrete, come quella in programma sabato 27 giugno al circolo Prometeo di Faenza, dove si terrà un giornata di concerti ed eventi dedicata alla raccolta di fondi per aiutare chi è coinvolto nel procedimento a pagare le spese legali.